venerdì 24 novembre 2017

Il teologo intraprendente






"Non giudicate per non essere giudicati". E' ricorso alle parole di Cristo il 75enne vescovo di Chioggia Angelo Daniel, per giustificare il sacerdote sorpreso in intimità con la moglie di uno dei fedeli. E nel paese è caccia all'identità del prete fedifrago. L'episodio. La dinamica è da "pochade": "lui" rientra a casa prima del previsto e trova "lei" a letto con un altro. L'altro è un prete, elemento anche questo né nuovo né originale. Anzi, un intellettuale, perché il sacerdote colto in "flagranza amorosa" è docente di Sacre Scritture a Padova, alla Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale. Il marito è sconvolto - e fin qui tutto normale" - si sfoga con il cognato e insieme vanno dal vescovo a chiedere giustizia.
E' qui che cominciano le curiosità. Innanzitutto, la Curia impedisce all'uomo di vedere il vescovo e chiama la polizia, perché "l'uomo era parso troppo agitato". Eccesso di precauzione, forse, ma vista l'età del prelato ci può stare. "Curiosa", invece, la valutazione del vescovo sull'accaduto.
Ammonisce "l'autorità morale" intervenendo sul giornale diocesano, 'La Nuova Scintilla': "non giudicare per non essere giudicati". E non dimentichiamo che "D'altra parte, pur essendo grande la responsabilità di un sacerdote che dovrebbe essere sempre per gli altri esempio e guida - rileva tra l'altro il Vescovo - non dobbiamo dimenticare che, a fronte di molti che per fortuna sostengono il prete, non mancano persone che direttamente o indirettamente, lo spingono a mancare." Insomma, lei l'ha provocato. Ma rassicura: "Se la debolezza ci accomuna - conclude - siamo certi però che c'è per tutti anche la misericordia e quindi il perdono di Dio".
Piena assoluzione per la scappatella, dunque, o un segnale di "modernità"? L'aut-aut spacca i chioggesi, che sono scatenati. Perché da lunedì è caccia al prete. C'è chi dice che "queste cose sono sempre successe e continueranno a succedere", chi si indigna perché non "lo avrebbe mai creduto", chi indulge di fronte alle debolezze umane perché e chi va al bar a giocarsi al lotto le età dei tre protagonisti. Ma lui non si è più visto: "è fuori Chioggia", fanno sapere dalle segreterie della Curia.


giovedì 23 novembre 2017

L'impegno costante







Lentamente Cristo colloca la sua persona al centro dell'affettività e della libertà dell'uomo.
E' commovente la questione, è l'aspetto più commovente di tutto quanto il fatto cristiano, cioè la storia cristiana.
La vocazione in cui Cristo ci ha bloccati, in questo essere bloccati ha già dentro tutto.
Dove sei, dove uno vive queste cose, entrano flotti di umanità diversa. Altrimenti le cose restano immutate, in tutti i sensi, e sembrano dar vigore e ragione alla superbia, alla pretesa, alla presunzione, al fariseismo.
La vocazione è un grido di battaglia, non come un posteggio, un posteggio in cantina.
Se si va a insegnare, se si va a lavorare in banca e si stabiliscono rapporti con gli altri compagni di lavoro, qualsiasi cosa si faccia, per quanti rapporti si tessano, questa battaglia è lo scopo.
E' la battaglia del nuovo contro il vecchio.
Per questo è la vera rivoluzione.
Anche ai tempi di Stalin tutti gridavano: "Rivoluzione!", e tutto sembrava rivoluzionario, animato da imperiosa volontà di rivoluzione.
Son finiti negli accusati schemi dei propri avversari, identificandosi con essi.
 




mercoledì 22 novembre 2017

Il mondo salverà la bellezza








S. Tommaso D'Aquino indicava tre requisiti della bellezza: integrità, simmetria e, così traduce Croce, chiarezza. Joyce invece, più intelligentemente, traduce la terza parola con radiosità, indicando la capacità che la bellezza ha di comunicare qualcosa che non si vede, il potere cioè di emanare qualcosa che nell'oggetto si annuncia, ma non si identifica con i suoi aspetti sensibili. Finalmente ho capito Tommaso quando parla del potere di emanare qualcosa che nell'oggetto si annuncia, ma non si identifica con i suoi aspetti sensibili. Tommaso parla del bello dentro, del bello interiore quando diventa speciale. Il bello fuori diventa inutile, ininfluente. Il bello fuori se non è illuminato dalla bellezza interiore diventa monotono, ripetitivo fino ad annoiare. Bellissima la parola radiosità che esprime infatti una continua speranza di luce nuova e di maggiore bellezza, di una bellezza che non muore mai, ma che si rinnova nel tempo. Infatti, quando vedi che una persona è radiosa, è bella e non ha età.


lunedì 20 novembre 2017

Quando l'uomo si realizza






Quando leggevo Leopardi non mi era amico. Rappresentava molto meglio di quello che avrei saputo fare io ,quello che io sentivo, ma non mi era amico: era un'autorità fuori di me. Un po' per curiosità, un po' per dovere ho incominciato a capire certe cose. Leopardi mi spiegava le ragioni del suo essere malinconico e io non condividevo. I suoi lamenti li sentivo veri ma aumentavano la mia malinconia. Un motivo in più per essere in contrasto con lui, ma non solo non ero in contrasto, anzi mi diventava amico. Avevo compreso che uno ti diventa amico nella misura in cui tu lo interiorizzi, vale a dire, comprendi le ragioni del perché lui ti rappresenta. Dostoevskij iniziò a scrivere "l'Idiota" e buttò giù molte delle riflessioni e degli appunti che lo portarono a "I Fratelli Karamazov" e al suo incompiuto disegno di grande romanzo. Dostoevskij supera l'ipotesi che sorge in Nietzsche di un nichilismo lieve, o gaio, propagandato come modo di vivere da "turista", un po' distaccato e scettico tra le cose belle e le difficoltà del mondo. Secondo Dostoevskij l'abisso dell'animo umano non si risolve nell'individuare una buona idea o una norma giusta, ma nel mistero della presenza di Cristo.
Ho usato il lemma interiorizzare nel senso che vedevo il poeta come un'autorità estranea al mio io.
Il passaggio successivo che me lo fa diventare amico è che lui mi rappresenta. Esprime i miei stati d'animo in particolare l'ostilità della natura alla vita che dà all’uomo solo l’esistenza con la sua noia e il suo “nulla”. Una persona può diventarti amica senza interiorizzarla, ma non ti rappresenta.
Ognuno di noi ha un io.
Il dono che ci è stato fatto al momento della nascita, anzi, al momento in cui siamo stati concepiti.
Si chiama identità.
Questo è il valore più grande del quale siamo portatori fino al momento in cui lasceremo questa Terra.
E' qualcosa che ci è stato dato, e ne dobbiamo rendere conto.
Quando un uomo riesce a far coincidere la sua vita con la propria vocazione, allora veramente si realizza.



 

giovedì 16 novembre 2017

Dal cambiamento al Banchetto







Un uomo fece una volta un grande banchetto e invitò molta gente. All'ora del pranzo mandò uno dei suoi servi a dire agli invitati: Tutto è pronto, venite! Ma, uno dopo l'altro, gli invitati cominciarono a scusarsi. Uno gli disse: 'Ho comprato un terreno e devo andare a vederlo. Ti prego di scusarmi'. Un altro gli disse: 'Ho comprato cinque paia di buoi e sto andando a provarli. Ti prego di scusarmi'. Un terzo invitato gli disse: 'Mi sono sposato da poco e perciò non posso venire'.
Quel servo tornò dal suo padrone e gli riferì tutto. Il padrone di casa allora, pieno di sdegno, ordinò al suo servo: Esci subito e va per le piazze e per le vie della città e fa' venire qui, al mio banchetto, i poveri e gli storpi, i ciechi e gli zoppi.
Più tardi il servo tornò dal padrone per dirgli: "Signore, ho eseguito il tuo ordine, ma c'è ancora postò".
Il padrone allora disse al servo: Esci di nuovo e va' per i sentieri di campagna e lungo le siepi e spingi la gente a venire. Voglio che la mia casa sia piena di gente. Nessuno di quelli che ho invitato per primi parteciperà al mio banchetto: ve lo assicuro!'
Noi alla chiamata di Dio possiamo rispondere con un sì o con un no in base al principio del libero arbitrio. Quelli che dicono no si autoescludono. Il vangelo si riferisce ai farisei che alla fine ammazzarono Cristo portando ai limiti estremi il loro rifiuto alla chiamata di Dio.
Il perdono di Dio è in rapporto a un cambiamento di chi ha peccato. Senza questa condizione cosa dovrebbe perdonare Dio?
Gesù ci indica un modo di vivere in questo mondo per accettare l'invito di Dio. Non ci sono forzature, ma scelte. A noi viene posta la stessa domanda fatta da Cristo ai discepoli: "Chi credete che io sia?" Solo Pietro illuminato dallo Spirito Santo rispose adeguatamente: "Tu sei il Figlio del Dio vivente" Mi sembra esplicito che si diventa cristiani credendo senza riserve alla sequela: Incarnazione, Morte e Risurrezione.

martedì 14 novembre 2017

Anziani, eppur si muove






Quello che è accaduto a Gela in provincia di Caltanissetta fa pensare
che la storia che sto scrivendo non possa che riguardare fatti di
mafia o di racket.
Invece, non è così.
Quello che è accaduto nella cittadina siciliana  oscilla
tra un soffio di romanticismo e una ventata di solitudine.
Nella villa comunale tra palme e ficus si incontravano colf,
bambinaie, badanti dell'Est e vecchietti soli che avevano un
passatempo.
Veloci toccatine a gambe, tette e chiappe di ragazze romene,
polacche, albanesi e croate. Il problema è che il divertimento aveva
un costo e un tariffario.
Cinque euro per una pacca sul sedere, due per sfiorare le gambe e
dieci per palpare un seno.
Forse la vicenda sarebbe durata in eterno se un medico di Gela non
avesse denunciato tutto al sindaco.
Non lo ha fatto per becero moralismo. Il fatto è che i vecchietti
pensionati Inps spendevano  tutti i soldi che avevano per il loro gioco
preferito.
Forse ho inventato tutto.
Ma può esistere una storia così?




sabato 11 novembre 2017

La via lattea







Abitavo a Varazze ma facevo uno strano
mestiere a Celle Ligure.
Andavo tutte le sere da Celle Ligure a Varazze
e poi tornavo indietro.
Lì c'è un'ansa della costa, un giro della costa
con un muricciolo basso
e poi c'è la spiaggia e il mare.
La sera di primavera il muricciolo
era zeppo di coppiette.
Una notte non c'era la luna, ma c'era  un cielo
assolutamente limpido,
carico di stelle.
Proprio sul voltare della strada
ho visto il ponte sul mare fatto dalla Via Lattea.
Chi sa osservare il mare fino a questo punto?
Chi sa osservare le cose fino a questo punto?


Numerose cosmogonie, formulate dalle popolazioni di
tutto il mondo, si sono poste come obiettivo quello di
spiegare l'origine della Via Lattea.
Il nome italiano, inglese, ed europeo in generale,
deriva dall'antico nome greco ????????, Galaxias,
che deriva a sua volta dalla parola ????, ???????? -
gala, galaktos -,
ossia, latte; da notare come questa sia anche
l'origine stessa della parola galassia.
Il nome deriva da un episodio piuttosto noto
della mitologia greca. Zeus, invaghitosi
di Alcmena,
dopo avere assunto le fattezze del marito,
il re di Trezene Anfitrione, ebbe un rapporto con lei,
la quale rimase incinta. Dal rapporto nacque Eracle,
che Zeus decise di porre, appena nato, nel seno della
sua consorte Era mentre lei era
addormentata, 
cosicché il bambino potesse bere il suo latte divino
per diventare immortale.
Era si svegliò durante
l'allattamento e realizzò che stava nutrendo
un bambino sconosciuto: respinse allora il bambino e
il latte, sprizzato dalle mammelle, schizzò via,
andando a bagnare il cielo notturno; è questa l'origine,
secondo gli antichi Greci, della "Via Lattea".

venerdì 10 novembre 2017

Cosa bisogna lasciare ai figli







Un padre e una madre lasciano ai figli un’eredità,
ma l'eredità non è soltanto il denaro.
 I soldi concretano simbolicamente tutta
la serietà della vita con cui i genitori hanno vissuto.
Così, l'eredità di quello che noi lasciamo
 è dentro la coscienza di una Presenza.
E' l'esperienza di una realtà nuova,
di un avvenimento che accade ogni istante.
A parte il fatto che, anche umanamente parlando,
non capisco come faccia un uomo a voler bene a una donna,
 se non la sorprende come fosse la prima
  volta tutte le volte che la vede.
L'avvenimento è la modalità con cui la novità entra
 nella storia: se non è più novità, non è più storia.
Ma bisogna che diventi avvenimento la presenza
che c'è tra noi, come dovrebbe diventare avvenimento
il rapporto che c'è tra un uomo e una donna che si amano.



giovedì 9 novembre 2017

Più in là






Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non sapeva chi era. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così.
Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura.
D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Nel romanzo "Furia" Salman Rushdie definisce New York una città di mezze verità ed echi che in qualche modo domina la terra. Si può odiare questo dominio oppure si può cerebrarlo, o ancora rassegnarvisi, ma resta un fatto: New York è il plesso culturale della realtà americana, in tutto il suo eclettismo, la sua emotività, la decadenza, l'intelligenza e il potere. Le mezze verità non sono sufficienti perché l'uomo occidentale, malgrado il suo sapere corre il rischio di arrendersi davanti alla questione della verità. New York è la città ideale per chiedere:" Voi cosa state cercando?" e chiedersi: "Io cosa sto cercando?". La curiosità di una domanda allarga la ragione perché dilata l'orizzonte del conoscibile. Il cuore intuisce già che l'orizzonte è più ampio di quanto il mondo oggi affermi. La nostra capacità di indagare le cose con la ragione è ispirata dal presentimento del cuore che esiste qualcosa di più grande. E per questo che l'uomo non raggiunge la felicità qualsiasi cosa ottenga. Come ha scritto Montale nella poesia "Maestrale" rincorre la gioia spingendosi sempre "più in là".

S'è rifatta la calma
nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiarìa
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto co' tuoi raccolti diti
protesi in alto, guarda:
sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai:ché tutte le cose  pare sia scritto:
«più in là»



martedì 7 novembre 2017

A qualcuno piace il sofismo






Gorgia, filosofo dei filosofi, fu il primo a sapere che non si deve credere nemmeno a ciò che si vede. Ed espone i tre capisaldi che orienteranno lo spirito che deve animare la filosofia, fino ai nostri giorni. Il cui scopo è infatti imparare a vedere dietro le apparenze, e chiedersi cosa è come si può conoscere, spiegare e comunicare. Spesso dimentichiamo che la psicologia è figlia della filosofia, di cui conserva alcuni concetti base, ma i termini non vi corrispondono molto. Escluderei comunque le capziosità sofistiche.
I postulati sono: nulla esiste; se qualcosa esiste non è comprensibile all'uomo; se pure è comprensibile, è certo incomunicabile e inspiegabile agli altri. Includerei nell'ultimo postulato anche l’inspiegabilità per quelli che non vogliono capire, se non ciò che fa loro comodo e che corrisponde alla loro visione della vita. Sono più numerosi di quanto si creda. A tanti secoli di distanza, Severino oggi afferma che, se le certezze appartengono alla mente, mentre la verità è appannaggio di uno stato che appartiene alle cose.
Ma prima di affermare che nulla esiste si dovrebbe dare una definizione dell'esistenza.
Ammesso che essa sia il modo d'essere di ciò che è reale, in opposizione a ciò che è ideale o fantastico, poiché noi viviamo nell'immaginario delle nostre certezze, l'esistenza stessa è un'illusione. Malgrado tutto, poiché è la nostra illusione, essa esiste insieme a noi, nel nostro sogno.
Quindi il sogno esiste, quello che non esiste è il reale.
D'altra parte, siamo strutturati, come specie, per comunicare e i neuroni specchio fanno in modo che i nostri comportamenti si adeguino a quelli degli altri, cioè alle illusioni altrui.



domenica 5 novembre 2017

Verso la deriva








Nei suoi ultimi lavori, Bauman ha tentato di spiegare la postmodernità usando le metafore di modernità liquida e solida. Nei suoi libri sostiene che l'incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. In particolare, egli lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e l'industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa, e così via.
L'esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull'estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l'essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Secondo Bauman il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. La critica alla mercificazione delle esistenze e all'omologazione planetaria si fa spietata soprattutto in Vite di scarto, Dentro la globalizzazione e Homo consumens.
"La memoria ci dà l'identità, ci definisce, ci aiuta a crescere in consapevolezza, ci insegna a distinguere il bene dal male, ci dà le radici da cui si svilupperà il nostro albero".
La nostra è una società senza memoria, una società che tende a nascondere tutto ciò che ci scomoda per non rimetterlo in discussione.










venerdì 3 novembre 2017

La nostra vita






Senza che la fede mostri la sua pertinenza ai nostri problemi personali, la nostra missione è presunzione.
In questi anni passati siamo stati vittime della presunzione perché se alla radice dell’osservazione l’esperienza della fede non risolve, non illumina le nostre esperienze non può essere proposta agli altri.
Se la fede non serve a noi diventiamo presuntuosamente giudici di tutti.
E’ vero che noi abbiamo un compito missionario per la Chiesa e per la società di oggi, ma è attraverso, passando attraverso il fenomeno della problematica personale, la risposta ad essa, la provocazione fatta ad essa che la missione diventa veramente una proposta sostenibile.
 
In una società come la nostra non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione o iniziative che tengano.
E’ solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto.

venerdì 27 ottobre 2017

Sono contrario





L’eutanasia deve essere estesa anche ai minori di 12 anni. È questa la proposta avanzata dall’Associazione dei pediatri olandesi, che durante una riunione dell’interna commissione Etica e diritto ha chiesto al Parlamento di seguire la strada già intrapresa dal Belgio.
L’eutanasia in Olanda è legale dal 2002 per chi abbia compiuto i 16 anni. Il protocollo di Groningen l’ha di fatto estesa anche ai bambini o ragazzi mentalmente in grado di fare questa scelta, cioè quelli tra 12 e i 16 anni con il consenso dei genitori. È anche possibile uccidere un bambino fino al compimento del primo anno di età se presenta gravi malattie o malformazioni.
I pediatri hanno ora chiesto che «l’eutanasia attiva» sia anche possibile per i bambini di età compresa tra 1 e 12 anni che presentino gravi patologie o handicap. Il professore Eduard Verhagen, annunciando dibattiti a settembre per arrivare a una proposta collegiale da presentare al Parlamento, ha dichiarato: «Si tratta di casi eccezionali, estremi, di bambini che sono vicini alla morte e si vorrebbe offrire ai genitori la possibilità di lasciarli morire nella dignità. Essendo un pediatra, non so mai come spiegare ai genitori che un diritto che appartiene a tutti non riguarda invece il gruppo di bambini tra gli 1 e i 12 anni».
Secondo i pediatri, l’eutanasia non necessita del consenso dei bambini ma solamente di quello dei genitori e del medico curante. Così l’Olanda raggiungerà il Belgio, anzi lo sorpasserà: perché secondo la legge controfirmata dal re Filippo il 2 marzo scorso, “solo” i minori che danno prova di essere coscienti (ma che coscienza può avere un bambino di tre anni?) di quello che stanno richiedendo possono ottenere l’iniezione letale. In Olanda, invece, basterà la volontà dei genitori: il diretto interessato non avrà voce in capitolo. Così, inoltre, si apre inevitabilmente alla legalizzazione dell’eutanasia, anche in via teorica (in concreto lo si fa già), per i dementi, che non sono in grado di fare personalmente la richiesta.
Davanti all’ennesima dimostrazione di come l’eutanasia sia inarrestabile, una volta approvata anche solo per pochi casi, non stupiscono le parole pronunciate a gennaio da uno dei padri della “buona morte”, il dottor Boudewijn Chabot: «La legge sta deragliando, ha troppi difetti, sono sorpreso dai recenti sviluppi». Come dichiarava a tempi.it monsignor Elio Sgreccia: «Quando si apre una porta, anche poco, si accetta l’idea che si spalanchi sempre di più. È un’illusione pensare di poter limitare l’eutanasia o il suicidio assistito entro confini rigidi, controllando la pratica».






mercoledì 25 ottobre 2017

L'importanza degli altri






Attraverso l'altro noi gettiamo il nostro ponte, dando legittimità e pienezza alla nostra soggettività.
Un uomo incapace di attraversare se stesso mediante gli altri è sterile.
Attraversare l'altro non vuol dire toccarlo
ma nutrire un interesse sentito per la qualità della sua interiorità.
Significa partecipare al suo disagio, alla sua felicità, alle sue problematiche.
In questo facciamo un regalo a noi stessi attraverso l'altro perché scacciamo la nostra solitudine interiore semplicemente ascoltando.
Ascoltare è tenere le orecchie aperte all'esterno e nel fare questo allontaniamo il rumore assordante del nostro silenzio, che è quello che ci svuota di senso.
Non so se ognuno di noi possa pensarsi persona compiuta.
Ma io credo che questa possa esserne una direzione.
L'apparenza parla di riempimento di vuoti.
Riuscire a dare alloggio agli altri è qualcosa che regala a se stessi una grande ospitalità d'animo.



lunedì 23 ottobre 2017

la noia è contagiosa







La teoria dell'informazione, quale metafora, si potrebbe applicare anche alla noia, nei suoi aspetti di non-sorpresa e non-originalità. Un'informazione eccessiva, ridondante non comunica e crea solo confusione. Annoia pure una percezione prolungata nel tempo, spettacoli, dissertazioni prive di vivacità, la monotonia di un paesaggio anche se scorre sotto gli occhi. Escluderei gli ambienti, sia pure sempre uguali, ma per qualche aspetto mutevoli, o una personalità con una propria identità di base, ma poliedrica quando è richiesto.
In sé nulla è noioso, perché la noia è un vissuto soggettivo, la cui soglia è variabile. Dipende da precedenti esperienze e personali inclinazioni. “A chi più sa perder tempo più spiace” (Dante).
Si rivede un film per rivivere emozioni e identificazioni; si rilegge un libro per reinterpretarlo o perché è il “nostro romanzo”; un saggio per ri-assimilare un argomento che ci sta a cuore. Una tematica m'interessa se suscita associazioni e memorie, confronti stimolanti e contrasti da ridefinire.
Se la vita oscilla tra noia e dolore, la noia è un pendolo tra norma e patologia, tra routine framezzata da mete, e un drammatico senso di vuoto. Oggi testimoniato soprattutto dai giovani, le cui reazioni di rado sono costruttive.
L'altra faccia della noia è la curiosità, che ci spinge a conoscere per piacere o perché è necessario. La sua fine segnerebbe quella della civiltà e della Storia. Tuttavia chi è capace di essere curioso è più esposto alla noia; specie se vi è costretto. Infatti, la sperimentano solo gli uomini o, secondo alcuni, gli animali obbligati a conviverci.
Chi è “noioso”? Chi replica copioni invariati, inamovibile dalle sue idee da aggiornare, chi non distingue ciò che è importante, e infarcisce un racconto con particolari superflui o svianti, ignora l'ironia e l'umorismo, non abbandona un argomento trito e senza proporre visioni alternative. Non conosce lo stile comunicativo modulato secondo le circostanze e duttile. Potrà possedere altre doti, ma non la sensibilità per accorgersi che sta tediando


domenica 22 ottobre 2017

Per un attimo intenso






Sere fa ho rivisto la coppia di suonatori ambulanti ai quali, tempo fa, regalai un libro invece che qualche euro. Venivano dall’Ucraina; lei, un violino, lui, una fisarmonica. Posai nella custodia della fisarmonica, aperta per accogliere le offerte dei passanti, un romanzo che narra gli accadimenti occorsi durante lo studio e le prove della Grossa Fuga di Beethoven. Il titolo è: “Per un attimo immenso ho ritrovato il mio nome.” E’ un romanzo duro nel quale si muovono i personaggi del quartetto di archi: due di loro, ossessionati dalla ricerca di qualcosa che restituisse un senso alla memoria del loro passato, di qualcosa che ricomponesse i loro ricordi in un quadro mnemonico di senso compiuto. Mi piacque credere che quella coppia di ucraini, sballottolati a migliaia di chilometri dalla loro casa, potessero ritrovare il loro nome nella musica, invece di sentirsi fantasmi vaganti per le strade d’Italia. Non sapevo se avessero una conoscenza della lingua italiana che permettesse loro la lettura del libro, ma non m’importò: certamente avrebbero compreso che si trattava della Grossa fuga di Beethoven. Di una musica… ma sì, forse fate prima a sentirla.
Ieri sera li ho rivisti ed ascoltati. Lui sempre uguale, con la sua giacca di pelle ed i jeans, suona ancora meglio di quanto facesse. Lei è diventata bella, curata, indossava una gonna alla moda, calzava stivali, si è fatta crescere i capelli e li ha tinti di scuro; ma non suona bene come qualche tempo fa. Succede.
Loro erano pronti a staccare il tempo, laggiù. Li vedevo come si vede un film proiettato dagli occhi per gli occhi, sulla parete.
Quella ragazza ucraina non suona più bene.
Perché? Perché adesso recita la musica ad un pubblico, anziché suonarla? Sente il pubblico e non sente più la musica? Succede.  Perché quando sei bambino, nemmeno capisci cosa significhino le parola “un certo talento”: credi sia un gioco e giochi. E aste e crome e aste e solfeggio e poi, all’improvviso, da quell’ammasso di ferraglia e legno, esce un suono, poi una melodia; credi si tratti di un gioco, sei piccolo, che ne sai che non sarà così? Nessuno ti spiega che non è così e aste e crome e crome ed aste e crome ed aste e ancora crome ed aste. E quello che si dice essere un “dono” è piuttosto una disgrazia, una fottuta disgrazia. Ma sei piccolo e non lo sai, e nessuno te lo dice, e tu continui a credere sia un gioco.
Quella ragazza ucraina non suona più bene. Succede.

sabato 21 ottobre 2017

La morte del desiderio







Nell’attuale società i desideri sono eterodiretti e i sentimenti effimeri rapidamente consumati.
Le emozioni pur irrinunciabili a una vita piena e alla conoscenza sono svalutate dalla supremazia tecnologica; l’insoddisfazione e la solitudine si placano con beni materiali da cui poi siamo posseduti.
Certi stati emozionali sono negativamente percepiti come associati alla vulnerabilità della psiche e all’indecifrabilità dei processi psichici. Si vorrebbero curare con gli psicofarmaci le forme dell’infelicità esistenziale, esperienza che andrebbe vissuta e interpretata per un cambiamento, né so quando possano giovare le meditazioni orientate all’apatia del vuoto mentale o l’adeguarsi a ruoli, ideologie e false coscienze prestabilite al fine di non essere considerati devianti de-omologati.
Non s’intraprende un processo autoconoscitivo alla ricerca di un’autentica identità in divenire e l’egocentrismo postmoderno indica solo valori da leadership.
Si vivono insoddisfacenti rapporti con gli altri.
Gli scambi conversazionali sono limitati a futilità e la comunicazione familiare può scadere in patologici circoli improduttivi. Spesso si disconosce o fraintende la vitalità creativa di elementi verbali come l’humour e l’ironia.
I bisogni affettivi sono spesso spenti da uno stato di conflitto tra la chiusura individualistica e l’apertura alla condivisione sociale. Ma imparare ad amare è un’arte che si apprende sul campo.
I sistemi di comunicazione sono sempre più raffinati ma c’è il rischio che si decomponga la capacità di comunicare dal vivo o in modo strutturato. Importa l’uso che ne facciamo: da gioco fine a se stesso a confronto delle idee e disvelamento di identità pur virtuali ma dove possono emergere anche aspetti inconsci della nostra personalità.
L’uomo ha invano tentato di sottomettere la vita emozionale a quella razionale –realistica. Ma che vale la ragione senza il cuore? Intelligenza, sensibilità, immaginario, devono interagire. Solo le passioni sono il sale della vita che ci fa cogliere qualcosa di noi e degli altri.
Oggi, come notò Pascal, “nessuno sa più restare solo chiuso nella propria stanza”. Per momenti meditativi che rielaborino fantasie, percezioni, impressioni ecc. Per riesaminare la propria visione del mondo da cui discende il nostro gioire e soffrire che ci rendono vitali, per conoscere i propri modi conoscitivo-emozionali, per ridefinire e affinare quelli comunicativo-relazionali strumento essenziale della vita. Domina un parlare automatico e prevedibile e le questioni serie sono tabù. Non svendiamoci con tediosi affabulatori privi di humour e lievità e ci siano care le persone con cui è possibile sintonizzarci anche per un fugace incontro. Si teme il giudizio o di ammettere la nostra fragilità e il bisogno dell’altro. Una condivisione di emozioni e sentimenti pur avventurosi sarebbe vincente per una consapevolezza non elusa con evasioni e disimpegno.


giovedì 19 ottobre 2017

La fine dell'utopia marxista









I condizionamenti sociali sono influenzati dal Potere attraverso i media.
Il Potere nella sua agenda colloca al primo posto l'economia e la politica è sempre di più emarginata. Perché la politica per definizione dovrebbe interessarsi del bene della collettività che governa. L'economia pensa al tornaconto, al reddito, ai soldi, ai consumi. L'io dell'uomo viene eunuchizzato per renderlo ubbidiente e incapace di percepire la violenza che subisce.
La nostra società è determinata e dominata dal moralismo. Chi aderisce ai valori conclamati dalla mentalità comune propagandata dal Potere è considerato un galantuomo, e se anche, su altri piani, commette ogni sorta di abuso, questo non viene tenuto in conto, nessuno se ne scandalizzerà.
Il Potere è sempre esistito, ma quello della società industriale è immenso perché dispone dei media. E' molto più facile scardinare l'equilibrio dell'io nella collettività.
Anche l'esperienza del socialismo reale è stata devastante.
Amici mi raccontano che una sera andarono al ristorante del "Castello" di Praga. Erano circa le nove. Dopo mezz'ora arrivò una frotta di giovani. Furono colpiti dal fatto che rimasero lì fino alla chiusura del locale, ognuno davanti al suo boccale di birra, in silenzio. Non avevano nulla da dirsi. Era l'indice del clima umano di quel Paese.
Al nostro fianco vivono generazioni mute che attraversano in silenzio la vita. E' questo l'esito dell'azione omologante e pianificante del Potere, di un Potere che si concepisce senza confini.

mercoledì 18 ottobre 2017

Da ragazzo ero comunista






Avevo 19 anni. Poco prima di partire per Ancona, a chi mi consigliava di entrare nella Fuci, avevo risposto con un perentorio: "Mai!". Tuttavia nella città marchigiana, dove mi ero iscritto a Economia e Commercio, mi sentivo solo, e così per trovare amici mi ritrovai nella sede della Fuci. Lì rimasi colpito dallo sguardo di una ragazza bruna con gli occhi verdi, e il giorno dopo, pur di rivederla, mi unii ad altri in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Loreto. Tutti recitavano il Rosario. Per non fare brutta figura finsi di pregare anch'io, ma sentendomi ridicolo decisi di imparare " Il Salve Regina" e cominciai a pregare sul serio. Dopo un po' ebbi la precisa sensazione che qualcuno mi stesse ascoltando. Una Presenza che non era presente fisicamente.
Nel nostro cervello c'è una zona che è dedicata alla memoria. In sostanza un hard disk. Il vissuto resta per un certo periodo di tempo. Se non avviene qualcosa che lo risvegli si cancella per sempre. Infatti, del nostro passato ci sono tanti fatti che non ricordiamo. E' come se non fossero accaduti.
Ieri mentre facevo un po’ di pulizia nei cassetti della scrivania ho trovato il libretto dell'Università. Dal profondo dall'inconscio ho portato in superficie la Fuci, Paola e la Presenza. L'hard disk ha ripreso a girare.


martedì 17 ottobre 2017

Stavo proprio bene








C'era una grande luna ieri sera, un po' offuscata da vapori di umidità.
E un grande silenzio.
IL palazzo dove abito è pressoché deserto, tutti scappati via, e non so dove.
Nessuna finestra accesa, nessuna presenza che si indovina dietro le tende degli appartamenti di fronte.
Le ragazze del primo piano dopo una giornata di studio sono uscite anch’esse.
Un po' mi manca la loro musica suonata a tutto volume, De Gregori, Dalla, Edith Piaf e Charles Trenet e le canzoni stupende di Jacques Brel.
E le telefonate chilometriche che la ragazza del pianterreno puntualmente inizia verso mezzanotte, sedendosi sul davanzale della finestra e intrattenendo l'intero condominio sui fatti suoi.
Voci, presenze, vite di cui non so niente scomparse in un giorno e solo qualche traccia, una bottiglia di detersivo sul davanzale del bagno, uno strofinaccio dimenticato ad asciugare sul filo di ferro attaccato al balcone ne testimonia l'esistenza.
Serata di malinconie, forse, dove "l'inferno degli altri" piano piano si trasforma in presenza rassicurante, nel tranquillo farsi della quotidianità, che scandisce ogni giorno e dà l'illusione di essere al riparo.
Però è bello questo silenzio dimenticato ,anche se si mescola ad una certa inquietudine uguale a quella che può prendere quando ci si ritrova senza esserci preparati davanti ad uno specchio. E non ci si riconosce.
Ma sono io quello?

sabato 14 ottobre 2017

Consapevolezza dell’individuo di un senso di sé






L'incoerenza è la vera debolezza dell'uomo quando la nega in sé e la addita negli altri.
La forza dell'uomo non sta nella coerenza, ma nella verità che lo abita dalla quale non fugge, permettendo che venga alla luce.
La vera incoerenza, ed errore quindi, di un uomo sta nella presunzione di sapere, di controllare, di presumere la propria compiutezza, che altro non è che l'arroganza di determinare in base a quel che “tocca” di umano, finito, tangibile, circolare al proprio sé.
Come in tutte le esperienze meramente umane, quando si smette di “cercare”, allora si “trova”. quando cioè si pone limite alla propria ragione.
Il bene dell'io, come il bene comune, è un bene relazionale fatto di scelte definitive e stabili, che mantengano la caratteristica della permanenza, di un impegno di fedeltà e di costruttività.
L'incapacità di permanere nella scelta significa l'incapacità di una effettiva responsabilità.
Illudendosi di essere libero solo perché può continuamente cambiare le sue scelte, l'uomo finisce spesso per essere condizionato dalla mentalità dominante, dal potere enorme del mass-media. In realtà, spesso il potere sceglie lui, e l'uomo non è più protagonista. Quindi cade il concetto di coerenza. Solo la coscienza della propria identità, della propria debolezza, rende un uomo protagonista e coerente.
 


martedì 10 ottobre 2017

La bora di Trieste









Il mio cervello deve avere molti Giga per tornare tranquillamente nel passato. E’ grande la memoria visiva, anche quella olfattiva,  sento i profumi dei prati. Ma quello che mi fa venire i brividi   è la bora di Trieste, quando ero aggrappato alle corde che sono sulle strade. Il canale, solitamente torbido e immobile, quel giorno fremeva e scintillava. Il vento correva sull’acqua verde disegnando chiazze e strisce, mutevoli e cangianti, ora chiare, ora scure, che si spostavano imprevedibilmente da tutte le parti.
L’azzurro del cielo era assoluto. Assoluta la trasparenza. Assoluta la luminosità. Davanti i Frari, la facciata grandissima dei Frari, e, alla mia destra, la cima dell’antico cedro, strattonata dalla bora, che spuntava da chissà dove, forse da un chiostro misterioso, forse da un giardino dell’Archivio di Stato.
I mattoni della chiesa e le pietre, del ponte, del campo e della salizada, immote da sempre, sembravano aver preso vita, pareva che il tumulto d’aria di quella strana giornata le facesse vibrare. Che la gelida gloria di luce di quella chiarissima mattina le rendesse capaci di splendere.
Avevo sentito dire che la bora nasce in una steppa lontana dei Magiari, la Puszta, che corre tra montagne nevose dell’Austria e della Slovenia, cime misteriose, Kranjska Gora, Triglav, Stol, che poi scende come un demonio a Trieste, che passa come un branco di lupi sopra l’Adriatico, per venire infine a morire a Venezia, dopo aver menato i suoi ultimi, fieri colpi sulla laguna e tra le calli.
Me ne ricordai, e provai la strana, eccitante sensazione che quel vento favoloso e adirato collegasse tutto, Puszta e campo dei Frari, nevi della Kranjska Gora e acqua dei canali, pini dell’Austria e cedro segreto a destra della chiesa. Era come se tutto il mondo fosse lì, portato dal vento, oppure unito dal vento.
Vidi un mondo incredibile. Davanti, enorme, il Grappa innevato, vicinissimo da distinguerne i paesi e le valli che scendevano giù, netto nell’azzurro dell’aria tersa. A destra, molto più lontano, tuttavia chiarissimo, il Monte Cavallo, alto e massiccio.
La laguna, che sembrava piccola, tanto precisi ne apparivano i contorni di solito sfumati nella foschia. La laguna, che sembrava un gran mare in tempesta, striata di schiuma, sconvolta dalla bora, percorsa da refoli che correvano disordinatamente sull’acqua.
Notai un grosso topo a motore, stracarico, quasi affondato sotto il suo peso, che avanzava faticosamente verso Mestre sollevando con la prua alti spruzzi subito catturati e dispersi dal vento furioso. Una roba da film di pirati, sopra la barca due uomini in pesanti impermeabili neri da navigazione, dritti e immobili, fieri e sprezzanti nella loro sfida all’aria e agli schizzi gelati. Mi venne in mente una successione disordinata e rapidissima di immagini incoerenti. Monte Grappa e le roccette dove andava ad allenarsi nella dura pratica dell’arrampicata in compagnia di Prearo.
Monte Cavallo e i furlani, un po’ temuti, un po’ disprezzati, un po’ ammirati. I furlani che, si sa, costruiscono la propria casa con le proprie mani. I furlani e la loro strana lingua, il ladino, incomprensibile, esotico, strambo. La Müdada, romanzo di Cla Biert. I furlani e la graspa. Il vento e la vela. Lui nella tempesta che reggeva con mano ferma il timone della barca tra enormi ondate navigando verso chissà dove. E ancora Trieste con le corde tese lungo i marciapiedi per non svolare via, i Magiari, la Puszta, le montagne nevose dell’Austria e della Slovenia, la Kranjska Gora, il Triglav e tutto il resto.
E di nuovo la strana, eccitante sensazione che fosse il vento a portare tutte quelle cose, a metterle insieme. Il vento fatato che spazzava via la bruma torbida, faceva spazio alla luce e metteva insieme tutto il mondo.


lunedì 9 ottobre 2017

L'etica sconfitta dalla tecnologia







«La tradizione occidentale sarà distrutta e il mondo sarà governato da una tecnica senza etica».

Così è intitolato un articolo, riportato da Newton RCS Periodici con il servizio «Scommetti sul futuro». L'autore è il filosofo Emanuele Severino, docente di ontologia fondamentale all'università vita-salute del San Raffaele. E questo di seguito è il testo relativo.
La tendenza in atto - sostiene il prof. Severino - fa intravedere sempre più radicalmente la distruzione della tradizione occidentale e siccome l'Occidente è alla testa del Pianeta, assisteremo alla disintegrazione dei valori che hanno dominato la Terra. Questa distruzione è operata dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli, che mostra ciò che comunemente viene chiamata la morte di Dio, cioè la fine di ogni verità assoluta, di ogni fondamento, di ogni centro del mondo. Se non c'è alcun Dio, e cioè nessun limite, nessuna verità che argini e guidi l'azione dell'uomo, allora la scienza e la tecnica hanno via libera, ricevono da parte della filosofia del nostro tempo l'autorizzazione a procedere al dominio totale delle cose. Sto parlando di una tecnica e di una scienza che tendono ad avere sempre più come scopo l'incremento della capacità di produrre scopi.
Avremo un mondo regolato dalla scienza, che ha la scienza come autoreferente, ma con questa essenziale precisazione: non sarà la scienza degli scienziati che intende in modo ingenuo la tecnica come strumento. Fino a quando c'è un'ideologia, che in laboratorio dice al tecnico fermati, perché oltre un certo limite tu non puoi andare, altrimenti ti scontri con il mio messaggio cristiano o islamico, oppure umanistico, questa tecnica è debole. L'etica non è più ciò che era un tempo, cioè la guida che dice alla tecnica: “Tu puoi arrivare fin qui e non oltre”. Ma è la tecnica a servirsi dell'etica, per aumentare la sua stessa potenza».




mercoledì 4 ottobre 2017

L'intellettuale che sa commuoversi






Il patrimonio che Antonio Gramsci ha lasciato all’Italia e alla sua cultura è veramente immenso. Era un patrimonio che avrebbe potuto andare disperso, date le condizioni politiche dell’Italia degli anni 30, in pieno fascismo e dato anche il fatto che, come è noto, Gramsci scrisse dal carcere i suoi “Quaderni”.
I “Quaderni del carcere” furono sottratti dalla cognata dalla camera della Clinica Quisisana di Roma dove Gramsci era spirato, e portati a Raffaele Mattioli che li custodì nelle ben munite casseforti della Banca Commerciale Italiana di cui era il presidente.
Gramsci il grande intellettuale che sapeva commuoversi.
Così parla della sua donna:
Giulia, ventiseienne, è bella, alta, ha un aspetto romantico; Gramsci ne è conquistato. Ricorderà: «il primo giorno che non osavo entrare nella tua stanza perché mi avevi intimidito al giorno che sei partita a piedi ed io ti ho accompagnato fino alla grande strada attraverso la foresta e sono rimasto tanto tempo fermo per vederti allontanare tutta sola, col tuo carico da viandante, per la grande strada, verso il mondo grande e terribile ho molto pensato a te, che sei entrata nella mia vita e mi hai dato l'amore e mi hai dato ciò che mi era sempre mancato e mi faceva spesso cattivo e torbido». E quell'immagine di lei, viandante in un mondo grande e terribile, con il suo senso doloroso di distacco, ritornerà ancora dal carcere: «Ricordi quando sei ripartita dal bosco d'argento ti ho accompagnata fino all'orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare così ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell'altra la tua borsa da viaggio, così pittoresca».

lunedì 2 ottobre 2017

La realtà è diventata un'ombra







La realtà si lascia facilmente colonizzare dall'abitudine, dalle abitudini che l'uomo acquisisce nella vita quotidiana.
E quasi scompare.
Nel reticolo delle abitudini, la realtà non si realizza, si nasconde, svanisce.
La coscienza non rimane più sveglia e si occupa soltanto di quello che ha davanti, di quello che capta sul momento.
Il tempo si contrae, si divide e il suo fluire diventa impercettibile.
La coscienza si spegne, perde intensità, e l'essere stesso, l'essere a cui questa coscienza appartiene si nasconde altrettanto, o ancora più della realtà.
Forse è perché sono le 'scelte' a fare la differenza ... la maggior parte del mondo abituale sta con il nero e il bianco insieme, insomma un coperchio per ogni pentola pur di aver una vita tranquilla, ma l'adrenalina che distingue i giorni (spesso anche nella sofferenza) è la fedeltà e la sequela a una 'scelta' che ti costringe a schierarti e a rimanere 'vivo', come diceva Oriana Fallaci, sempre con il fucile in mano alla finestra, a difesa dei tuoi valori.
Vero è che spesso le persone a sostegno delle stesse scelte, possono fare la differenza, anzi, ci sono momenti in cui sono necessari per non "mollare il passo", ma l'Amico per eccellenza è sempre uno solo e non ci abbandona mai.
A me un mondo che spegne la coscienza, appare chiaro, poi tutto è relativo e soprattutto siamo liberi di chiamare 'bene' anche un mondo che genera questi effetti .... nella dinamica di Dio tutto concorre a un bene superiore, chiamiamoli 'lavori in corso' di un lavoro molto più complesso e che sicuramente sfugge alla nostra limitata visione di qualsiasi cosa ci circondi e ci comprenda, contenga.
La felicità non può essere una felicità perduta. E ci resta, anche se dentro una ferita. Il mio dolore, quel mio dolore, è il terribile modo di averla ancora vicino a me, di averla ancora con me.



sabato 30 settembre 2017

Una vita da incubo





Commesse che lavorano dalle sei di mattina alle dieci di sera. Paghe da fame. Nessun diritto sindacale e frequenti abusi. Dietro le luci delle vetrine, ci sono spesso condizioni di vero sfruttamento e di illegalità.
Da quando è iniziata la recessione, sono entrati in crisi non solo i piccoli negozi ma anche i supermercati e i centri commerciali sostituiti dalle bancarelle dove si compra un maglione a tre euro. Ora vanno a fare shopping, senza vergogna, anche quelli che una volta rappresentavano il “ceto medio”
I supermercati e i centri commerciali sono luoghi terribili ,le casse nei loro passaggi obbligati costringono ad interminabili attimi di stupida sospensione, così gli uomini devono guardare altri uomini. Non c'è l'attesa della fila delle Poste, o lo straniamento della metro, lì sei in un budello di terra e un treno corre veloce, le porte si aprono e l'umanità ha pensieri visibili. Alle casse dei supermercati, il tempo si spacca e la stupidità della fila ci rende abietti. Da qualche tempo non vedevo un volto così amaro, così sferzatamene rancoroso, così eloquentemente in disaccordo con il resto del mondo. Una foto d'altri tempi, in bianco e nero, la scriminatura perfetta sui capelli radi e perfettamente ordinati, il volto magro di chi si porta bellamente una grave malattia addosso e quella smorfia di disgusto nella piega della bocca che attraversava il viso come una piaga incurabile.
Quale vita avrà attraversato quell'uomo, una moglie sciocca e fedifraga? Una madre odiosa e tirannica? Una sorella spregevole e iraconda? Ho pensato a una vita rovinata dalle donne.
Ho allungato lo sguardo sul corpo, sui pantaloni marroni che dilagavano su gambe inesistenti ed il rancore del volto e la sua magrezza ha preso altre ragioni, di malattia e di morte, di sottrazione e di assenza, di fine della vita e di scarto.
Di scarto, esattamente così. Una vita passata da scarto



venerdì 29 settembre 2017

La banalità della menzogna






Proprio in questi giorni, pensavo a situazioni reali vissute: persone che cambiano vita e cercano di santificarsi anche come forma di riscatto dal male compiuto in passato, pensavo a tutte le lamentele generali di bisogno di persone giuste e buone, pensavo al bisogno di rispetto e verità nelle storie personali …. E pensavo ai bollini che la gente ti lascia addosso e nonostante il bene compiuto continua a vedere quello che ha nella propria testa, pensavo a quanti incontrano finalmente persone giuste e buone, ma accorgendosi che forse sono migliori di loro, iniziano competizioni senza fine per sminuire il ‘buono’ e se proprio non ci riescono, partono con le calunnie e la divulgazione di cose false difficilmente recuperabili, pensavo che il primo rispetto che si deve a sé e agli altri è la verità … quella verità che solo il silenzio nel cuore del Mistero può svelarti, rivelandoti …. E che pochissimi, in realtà, lo desiderano, perché non fa che toglierti maschere e infingimenti che pochi vogliono riconoscere anche di fronte ai fratelli.
Pensavo al bene fatto anche da Madre Teresa per anni e spesso, a causa del male altrui, quante volte abbia dovuto ricominciare da capo, senza mai arrendersi alla logica del male.

giovedì 28 settembre 2017

Parlo ancora dell'amore






Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo era possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull'argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
La prospettiva dell'invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l'assenza di "novità". Quella "novità" che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall'infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti "usa e getta", da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso".
Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l'opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L'amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l'amore. Non troveremo l'amore in un negozio. L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana".


mercoledì 27 settembre 2017

Msn ti fa riconoscere il bugiardo





Se punta il dito, sta mentendo
Se qualcuno sta mentendo, ha tutto l'interesse di spostare l'attenzione da se stesso a qualcun altro. Se ti rigira la domanda o ti punta con il dito, sta sicuramente dicendo una bugia.

Chi mente muove velocemente la testa
Un chiaro segnale che sta mentendo è quando inizia a muovere la testa velocemente. Che sia per sottolineare una negazione o un'affermazione, o che sia per guardarsi intorno, il bugiardo non riesce a stare fermo con il capo.

Se la voce diventa acuta, inizia a preoccuparti
Quando qualcuno racconta una balla, la voce diventa via via più acuta. Quindi tieni le orecchie bene aperte per non farti sfuggire nessuna sfumatura!

Le bugie hanno le gambe corte e trascinano i piedi
Che le bugie abbiano le gambe corte, è cosa risaputa. Ma pare che chi mente tenda anche a trascinare i piedi. Tutta colpa del nervosismo...

I bugiardi parlano in modo diverso
Se improvvisamente il tuo interlocutore cambia modo di gesticolare, o fa più pause, o usa intercalari diversi o balbetta farai bene a dubitare della veridicità di quello che dice. Gli esperti assicurano che questo tipo di variazioni sono un segnale inequivocabile.

E' sempre colpa degli altri? Tipico del bugiardo
Scaricare la responsabilità su qualcun altro: c'è un modo più efficace per cercare di nascondersi? Ogni bugiardo pensa di no! Per questo motivo, se il tuo partner scarica la responsabilità sempre sugli altri, c'è poco da stare tranquilli...


Un bugiardo si riferisce poco a se stesso
Nella scelta dei pronomi, il bugiardo fa attenzione a usare il meno possibile quelli che si riferiscono a se stesso. Un caso che lo dimostra è quello di Lance Armstrong: tra l'intervista del 2005 quando negò l'uso di doping e quella del 2010 dove lo ammise, l'uso di pronomi riferiti alla sua persona è aumentato del 75%. Quindi se parla poco di sé non è detto che sia modesto... forse è solo bugiardo!

Occhio alla respirazione, rivela la bugia
L'ansia e il nervosismo fanno accelerare la respirazione. Quando si mente le pulsazioni cardiache sono più veloci, il respiro si fa affannoso e le spalle tendono ad alzarsi. Non a caso, l'analisi della respirazione è uno principi alla base del funzionamento della macchina della verità.


Chi mente sbatte di meno gli occhi
Secondo uno studio della Portsmouth University, una persona che mente tende a battere meno le palpebre rispetto a una che dice la verità.
Chi mente si tocca spesso la bocca

Toccarsi il viso o la bocca o mordersi continuamente le unghie sono segnali inequivocabili che rivelano la bugia.

Ripete sempre la stessa cosa? Forse perché è una bugia
Sta ripetendo la stessa frase in continuazione? Forse è perché sta prendendo tempo per raccogliere i propri pensieri e confezionare meglio la bugia...
Troppi dettagli? Tipico di chi mente

Troppe informazioni non richieste a una domanda banale, descrizioni dettagliate e particolari per nulla interessanti: sono tratti tipici del discorso di qualcuno che non racconta la verità. 




martedì 26 settembre 2017

Lei ci stava






Un grande avvocato si presentò in tribunale per difendere lo stupratore. Con un filo e un ago. Con la sinistra reggeva l'ago muovendo la mano e con la destra dimostrava che il filo non poteva penetrare nel forellino dell'ago in movimento.
Questa trovata fu sufficiente per far assolvere lo stupratore.
Lei è una ragazzina di appena quindici anni e come tutte le ragazzine di quell'età andava a scuola e forse sognava l'amore.
Otto cittadini italiani l'hanno stuprata ripetutamente con tutta la violenza che un simile atto comporta.
Ora sono liberi, girano tranquillamente per il paese o la città, non ricordo quale, mentre la vittima non gode di nessuna protezione.
Marinella è stata stuprata a quindici anni e l'intero paese si è schierato in difesa degli stupratori, lasciandola sola.
Non ha più messo piede a scuola, vive probabilmente nella vergogna e nel terrore che questo possa accaderle di nuovo.
I suoi stupratori se la sono sfangata con un servizio civile : se sei italiano e ti penti il tuo pentimento basta a salvarti dalla galera.
Gli stupratori italiani sono degni di un occhio di riguardo sia da parte di molta della pubblica opinione sia per quel che riguarda concessioni di sconti di pena, attenuanti ed eventuale criminalizzazione della vittima. Poi, pacificatore, scende l'oblio.
Se lo stupratore è un immigrato non si parla d'altro per mesi e le condanne sono molto più severe.
Lo stupratore di Capodanno se ne sta tranquillo a casa e la ragazza violentata è stata accusata di essersela andata a cercare perché si era ubriacata.
Poi c'è lo stupro di gruppo di Ferragosto, stesso destino.
Quello del San Valentino, invece, è finito con 11 anni di galera: gli stupratori erano rumeni.
Il Viminale ha pubblicato gli esiti di un'indagine da cui risulta che gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci.
Secondo i dati del ministero dell’Interno risulta di nazionalità italiana il 60,9% degli autori di stupro. Solo il 7,8% dei violentatori, invece, è di nazionalità romena, mentre il 6,3% risulta marocchina. Le vittime, precisa il ministero dell’Interno, sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e di nazionalità  italiana (68,9%).