martedì 26 settembre 2017

Lei ci stava






Un grande avvocato si presentò in tribunale per difendere lo stupratore. Con un filo e un ago. Con la sinistra reggeva l'ago muovendo la mano e con la destra dimostrava che il filo non poteva penetrare nel forellino dell'ago in movimento.
Questa trovata fu sufficiente per far assolvere lo stupratore.
Lei è una ragazzina di appena quindici anni e come tutte le ragazzine di quell'età andava a scuola e forse sognava l'amore.
Otto cittadini italiani l'hanno stuprata ripetutamente con tutta la violenza che un simile atto comporta.
Ora sono liberi, girano tranquillamente per il paese o la città, non ricordo quale, mentre la vittima non gode di nessuna protezione.
Marinella è stata stuprata a quindici anni e l'intero paese si è schierato in difesa degli stupratori, lasciandola sola.
Non ha più messo piede a scuola, vive probabilmente nella vergogna e nel terrore che questo possa accaderle di nuovo.
I suoi stupratori se la sono sfangata con un servizio civile : se sei italiano e ti penti il tuo pentimento basta a salvarti dalla galera.
Gli stupratori italiani sono degni di un occhio di riguardo sia da parte di molta della pubblica opinione sia per quel che riguarda concessioni di sconti di pena, attenuanti ed eventuale criminalizzazione della vittima. Poi, pacificatore, scende l'oblio.
Se lo stupratore è un immigrato non si parla d'altro per mesi e le condanne sono molto più severe.
Lo stupratore di Capodanno se ne sta tranquillo a casa e la ragazza violentata è stata accusata di essersela andata a cercare perché si era ubriacata.
Poi c'è lo stupro di gruppo di Ferragosto, stesso destino.
Quello del San Valentino, invece, è finito con 11 anni di galera: gli stupratori erano rumeni.
Il Viminale ha pubblicato gli esiti di un'indagine da cui risulta che gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci.
Secondo i dati del ministero dell’Interno risulta di nazionalità italiana il 60,9% degli autori di stupro. Solo il 7,8% dei violentatori, invece, è di nazionalità romena, mentre il 6,3% risulta marocchina. Le vittime, precisa il ministero dell’Interno, sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e di nazionalità  italiana (68,9%).


lunedì 25 settembre 2017

Non si rispetta l'infanzia






Stiamo perdendo di vista una generazione di bambini. Li stiamo derubando della loro vita. Se vogliamo offrire loro una nuova opportunità, dobbiamo far fronte comune e impegnarci per porre fine alla schiavitù infantile, la piaga del nostro tempo. Insieme possiamo farcela. Apriamo gli occhi.
Se useremo i mercati come leva virtuosa, dunque, otterremo un cambiamento in tempi assai più rapidi. I governi possono impiegare anni per approvare le leggi, e addirittura di più per farle rispettare, mentre le multinazionali sono in grado di garantire con molta più celerità che i fornitori non commettano violazioni dei diritti umani, con effetti tangibili a livello globale e risvolti positivi sulla vita di milioni di persone.
E’ indispensabile  non comprare prodotti di Paesi che praticano il lavoro minorile.
Mentre leggete questo articolo, 5,5 milioni di bambini in tutto il mondo perdono la loro infanzia nella schiavitù. Vengono picchiati, sottoposti ad abusi, spesso a violenze sessuali. Costretti a lavorare in bordelli, miniere, fabbriche di mattoni, pescherecci, alberghi. O in abitazioni private come domestici. In molti casi diventano soldati, spose-bambine o spacciatori di droga
La schiavitù infantile è all’apice della sua diffusione. Ogni giorno si vendono sul mercato nero bambini di appena cinque anni a prezzi più bassi dei capi di bestiame. Una volta caduti nelle mani dei nuovi padroni, sono costretti a lavorare anche 20 ore al giorno. Le bambine sono particolarmente a rischio, perché più vulnerabili allo sfruttamento sessuale, una delle forme di schiavitù più redditizie.
Secondo l’ultimo rapporto di Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) salta fuori che gli italiani sono ai primi posti come clienti di bambini fatti prostituire in Paesi del Terzo Mondo.
Lo dicono tutti: italiani brava gente.

sabato 23 settembre 2017

Mode pericolose






Si diffonde sempre di più fra i ragazzi e le ragazze dai 12 ai 16 anni l’abitudine di fare sesso, di filmarlo con i cellulari e poi passarselo fra amici o mandarlo in rete. L’iniziativa viene dai maschi più vecchi di qualche anno, che convincono i più piccoli e le ragazzine. Quasi sempre queste in seguito si pentono, restano traumatizzate, intervengono i genitori, ma poi tutto ricomincia come prima. Cosa sta succedendo? Per rispondere dobbiamo partire da un dato biologico. A questa età i giovani maschi hanno due soli impulsi molto sviluppati: l’aggressività e il sesso. E la loro sessualità, a differenza di quella delle femmine, è totalmente separata dagli affetti amorosi. Quando possono fare ciò che gli pare, essi costituiscono delle bande aggressive, violente, con cui dominano gli altri. Alcune ragazze vanno con loro perché innamorate del capo, altre perché pensano che si tratta di un gioco, altre perché terrorizzate. Nella scuola italiana si sono messi in moto gli stessi processi che sono sempre esistiti nei ghetti degradati delle metropoli, nelle favelas, dove comandano bande di giovani violenti e le giovani donne vengono schiavizzate e avviate alla prostituzione. E come mai succede? Perché è scomparso il controllo che, nel passato, veniva esercitato dalle famiglie e dalla comunità. Negli ultimi decenni si è diffuso il convincimento erroneo che il mondo dell’amore, dei sentimenti delicati, delle buone maniere, della lealtà e della legalità sia qualcosa di naturale, di spontaneo. No: è il prodotto di millenni di civilizzazione e si conserva solo grazie alla continua vigilanza della comunità, alla sua costante azione educativa, alla sua continua crescita culturale. Quando questo ordine si rompe, per esempio in una guerra, vediamo esplodere i comportamenti primordiali più brutali: gli uomini torturano, stuprano, uccidono. Basta lasciare giovani maschi e giovani femmine insieme senza leggi, e ben presto si forma un gruppo dominante di maschi violenti ed armati che schiavizza gli altri e monopolizza tutte le femmine. Cosa fanno i signori della guerra in Africa, cosa fanno gli arabi nel Darfur? No, la pura spontaneità non produce vivere civile, ma solo paura, oppressione ed arbitrio. La civiltà è il prodotto dell’educazione degli impulsi attraverso la cultura, la morale, la legge. Soprattutto attraverso l’esempio.


giovedì 21 settembre 2017

Impegnarsi per diventare soggetti






Il capitalismo è maschio e fa del mercato il suo dirigibile e sistemizza l'induzione al consumo tramite i media (tutti diretti da maschi). Risultato: una merce materiale ed immateriale vendibile ai maschi in cui le donne trovano azione da attrici: quindi vanno bene vallette, veline, ecc. Il potenziale di acquisto è sempre maschile, cioè quello che prevalentemente ha reddito e che caccia i soldi per l'acquisto del frigo. E dato che il sistema ha un congegno anestetizzante così ben fatto che nessuno si accorge di essere funzionale al mero denaro. Mi chiedo: le donne quando inizieremo seriamente a protestare?
Non mi stancherò mai di dire che ormai viviamo in una società dove conta solo l'apparire, non la sostanza, e il corpo nudo è il simbolo stesso della mercificazione che ormai si fa anche dell'essere umano.
Le donne non fanno nulla per invertire questa tendenza: anzi si preoccupano sempre più del loro aspetto e si mettono in competizione tra di loro, anziché rivendicare il diritto ad essere considerate persone e non oggetti.
Motogp, superbike e tutte le gare in genere ci hanno abituato fin troppo allo stereotipo della “donna ombrellina” che protegge i piloti dal sole prima dell’inizio della gara e le fiere di settore presentano le moto su piedistalli girevoli cavalcate da bombe sexy in abiti succinti.


martedì 19 settembre 2017

Le professoresse tenere e belle






La mia professoressa di diritto era molto gentile con me.
 Diceva che ero una persona speciale. Ma non è questa la tenerezza.
 Io indossavo una giacca a tre bottoni e allacciavo il secondo e il terzo.
 Quando mi interrogava, e lo faceva sempre perché secondo lei
 io ero un modello da imitare, si alzava dalla cattedra e mi
 abbottonava il primo e il secondo bottone della giacca.
 Ecco, questa è la tenerezza. Non insegnava solo il diritto.
 Tenerezza è tendersi verso l'altro, dal suo etimo tendersi verso.
 Ma credo che se davvero è percepita e diretta verso
 l'oggetto amato non è soggetta a inversioni temporali.
 Amore e tenerezza sono , a priori, sentimenti dell'anima
che nutre verso se stessa, riconoscendosi poi in un oggetto
 esterno che ne esterna la bellezza. La tenerezza e l'amore non sono eterni?
  No se non li percepiamo e viviamo in primis.
Ma i rapporti finiscono, certamente perché esauriscono
il loro compito ma la tenerezza rimane ed è pronta a ri-esternarsi.
La tenerezza è il linguaggio segreto dell'anima.
Ti guarderanno tutti a meno che non siano speciali.
I compagni di scuola mi guardavano storto e poi il voto che segnava sul registro era sempre 10.
E loro domandavano: "Ci dica perché è speciale!", e lei rispondeva che non potevano capire. Un giorno, dopo l'ennesima richiesta sul fatto dello "speciale", la prof sbottò: "Speciale anche nei particolari. Per esempio tu e gli altri maschi quando vi interrogo guardate con insistenza il mio seno, Gus mi guarda solo negli occhi".
Quella era la prof di matematica, signora Russo. Il suo pezzo forte erano le gambe sempre scoperte. Sì, lei mi tirò fuori dall'ultimo banco portandomi al primo. Migliore visione della lavagna e maggiore attenzione. Capitò tutto quell'anno perché la prof di lettere, una zoppa, signora De Dominicis contribuì a farmi diventare uno studente modello. Per carenza di aule il mio orario scolastico era serale. Allora abitavo a Giulianova. A Pescara prendevo il pullman di linea e la sera tornavo a casa con un vecchio treno. Fino a Silvi ero con una ragazza generosa al massimo.



domenica 17 settembre 2017

La donna è sempre sotto processo






Mi convinco che le donne siano completamente fuori tempo. Intendo quelle di questa generazione e ancora qualcuna successiva.  Non sono riuscite scrollarsi di dosso l'ausiliarismo, forse perché è ancestrale e ci vorranno secoli ancora per rimuoverlo. E forse anche perché fanno i figli, procreano, e questa singolarità è un'arma a doppio taglio, non solo socialmente ma proprio biologicamente. Sembrerebbe quasi che la (sovra)struttura sociale agisca come una violazione alla genetica dei ruoli. Come se l'intelligenza dell'Uomo che lo rende capace di organizzarsi e modificare il suo ambiente sia una perla che agisca però solo in superficie, senza riuscire ad intaccare il solido sistema naturale (e darwiniano) per cui le esigenze della Vita rendono inespugnabili i ruoli. Forse l'astrazione ragionata è troppo spinta, per cui cerco di fare qualche esempio. Prendiamo la gestione delle relazioni (umane, perché per esempio quella con gli animali domestici al maschio risulta gratificante se non profittevole): è la donna a farsene carico. Dal ricordare il compleanno di tutto il parentado, proprio e acquisito, al vicinato e ormai anche al lavoro. Dalla visita in ospedale a quella al cimitero. Convenzioni, si potrebbe dire, o spartizione dei ruoli ed è proprio qui che non va più, perché i ruoli non si sono spartiti affatto.  Le donne sono sempre lì, prese dal dovere, dal ruolo atavico, dall'affettività allargata, si tengono la catena al piede da sole, perché questo ruolo (voluto o non voluto) oggi non è neanche più riconosciuto, ed il cinismo conduce a proposte alternative di questo tipo: "chi te lo fa fare? se non ti va, o ti pesa, non farlo". E con questo si sarebbe stabilito, in teoria, un principio di equità che tale non è, ma che è solo uno degli aspetti più raccapriccianti della nuova comunicazione uomo/donna. Ed è per questo che penso che siano obsolete. Nei comportamenti, nei valori, nei progetti e nelle aspettative. Non sono riuscite ad avanzare una proposta di assetto possibile e diverso. Si ostinano a non adeguarsi a questo mondo, ricevendo da questa ostinazione solo sconfitte e risultando pericolosamente conservatrici. Il secolo che vi ha regalato la cittadinanza vi ha anche spiegato per bene (e giustamente) che "l'appartenenza" non è un dogma, nulla e nessuno vi appartiene, né voi appartenete a qualcuno o a qualcosa. Nel frattempo, ancora avvinghiate alle tonnellate di cordoni ombelicali che vi avvolgono e vi nutrono, siete diventate paurosamente obsolete.

venerdì 15 settembre 2017

C'era una volta






Nel quartiere, allegro, caciarone, misto, c'era un po' di tutto, dalla vecchia contessa esile come una canna di bambù alla molto decorosa insegnante di scuola elementare, dal ladro di biciclette al venditore ambulante e al sussiegoso funzionario delle imposte.
I grandi sì, così distanti e un po' misteriosi per me.
Pensandoci dopo come tutto era "falso", false le persone, falso il posto. Eppure come tutto era vero, i ruoli erano più veri della verità delle persone.
E poi tanti ragazzini e ragazzine scatenati con le gambe arrossate dal freddo in inverno e ginocchia perennemente sbucciate.
E il piccolo cinema dell'oratorio che proiettava vecchissimi film americani ( se ne potevano vedere due di seguito il sabato e la domenica per pochi soldi) e qualche film edificante in cui la bontà trionfava sempre alla fine. Il lieto fine era d'obbligo.
E si compravano lunghissime stringhe di liquerizia e bastoncini di legno dolce, da succhiare lentamente.
Ci sono ritornato una volta sola, dopo averlo lasciato, molti anni dopo. Irriconoscibile, molte case allora piccole e colorate, non c'erano più, la campagna che prima era lì dietro l'angolo dell'ultima casa, scomparsa sotto una miriade di edifici costruiti ad alveare, e più nessuno quasi dei volti della mia infanzia.
E quei pochi erano lì malinconici come promesse non mantenute.
La sensazione acuta e dolorosa di aver perduto qualcosa per sempre.


giovedì 14 settembre 2017

Forse ho sognato






E se l'amore fosse una complessa costruzione della nostra mente per ammantare di fascino e mistero cose molto triviali come il desiderio fisico, il bisogno di compagnia e di protezione, il bisogno di conferme, propri di ogni animale? Insomma una gigantesca suggestione collettiva per nobilitare pulsioni peraltro del tutto sane e legittime, ma banali?
 Detto in volgare: e se ce la stessimo raccontando?
 Il fatto che molte persone abbiano una visione favolistica e quasi soprannaturale dell'amore secondo me è un segno, in questo senso.
L'amore è qualcosa di misterioso. E' il più profondo dei desideri umani.
Si può fare a meno dell'amore?
Rinunciare a porsi la domanda "qualcuno mi ama?"
Rinunciare soprattutto alla possibilità di una risposta positiva, vuol dire rinunciare all'umano in sé?
Ma se "ce la stessimo raccontando" anche di un sacco di altre cose? Saperlo cosa cambierebbe? Tutto quello che ci raccontiamo per bene è vita e convincimento, diviene coscienza ed apre autostrade a infinite possibilità altrimenti sepolte nel timore.

mercoledì 13 settembre 2017

Detesto i diffidenti


Un amico sincero è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione.
Potrai raccogliere tesori d’ogni genere ma nulla vale quanto una vera amicizia.
L’amico suscita nel cuore una tranquillità che si diffonde in tutto l’essere.
Con lui si vive un’unione profonda che dona all’animo gioia inesprimibile.
La sua presenza ridesta la nostra mente e la libera da molte preoccupazioni.
Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
E' un proverbio stupido, contrario a quanto c'è di più evidente.
La capacità di fidarsi è propria dell'uomo grande e adulto, dell'uomo che ha conosciuto molte cose, che ha riflettuto su tutto: egli sa immediatamente quando l'altro gli parla se deve dubitare o se l'altro parla schiettamente.
Quanto uno è più ricco di umanità, quanto più uno è critico di se stesso, è cosciente dei limiti del suo andare umano, è cosciente della sua realtà, tanto più che sa quando e come fidarsi.
Sapersi fidare: questa è genialità.
Non sapersi fidare: questo è un errore che commettono tutti, anche il marito verso la moglie, anche la madre verso il figlio, il figlio verso i genitori.
E questo è all'origine di tanti dissesti.
Istintivamente e naturalmente sono uno che si fida. Ma perché questo avvenga anche razionalmente l'altro mi deve assomigliare, cioè devo riconoscere in lui le mie stesse modalità, non necessariamente negli atteggiamenti comportamentali.
E' chiaro che le brutte esperienze sono un deterrente che creano una sovrastruttura diffidente. Ma se volessi solo interrogare il mio istinto direi che mi fido, fin troppo. Credo nel potenziale buono di tutti.
Spesso capita di fidarsi di chi non si dovrebbe e non fidarsi di chi invece lo meriterebbe.
La fiducia dipende da cosa ti aspetti dagli altri, dipende da cosa desideri, dipende da cosa stai vivendo in un particolare momento, da cosa "ti serve" dentro.


lunedì 11 settembre 2017

Il particolare può ingannare






L'immediato non è vero, tant'è che crepa, fa crepare.
Prima di tutto fa diventare vecchi, inceppa la lingua, le dita sulla tastiera.
Fa venire i reumatismi.
L'immediato muore tra le tue mani.
Alla mattina sei entusiasta di tua moglie, alla sera la manderesti a quel paese.
L'immediato lega, incatena, fino a strozzarti.
Occorre un fenomeno strano, il distacco.
Se tu fissassi una stella senza un distacco non capiresti che è una stella dentro l'infinità stellare.
Il distacco significa guardare l'insieme, il tutto invece del particolare, e per questo serve lontananza.
Il punto è che non abbiamo telescopi sufficienti, che non ci è dato vedere il contorno di tutte le cose, anche se forse dovremmo semplicemente fidarci del fatto che sono li, anche se non le vediamo. Ed è anche che a volte la passione umana ci impedisce il necessario distacco.
Il giudizio sulla realtà senza preconcetti richiede un «distacco da sé», un lavoro faticoso che, nella tradizione religiosa, si chiama ascesi, e che può essere realizzato solo dalla persuasione dell'«amore a noi stessi come destino, come affezione al nostro destino. È questa commozione ultima, è questa emozione suprema che persuade la virtù intera».
Molte volte mi sembra che la vita sia un'eterna corsa per raggiungere qualcosa per cercare di afferrarla, invece di fermarsi un attimo a contemplarla e godersi pienamente il momento.

sabato 9 settembre 2017

L'amore è l'inizio della vita







La peggiore malattia oggi è il non sentirsi desiderati
né amati, il sentirsi abbandonati.
Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d’amore.
Ognuno ha bisogno di amore.
Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato, e di essere importante per l'altro.
Pochi sanno accogliere senza riserve, possiamo solo dare ciò che abbiamo nel modo che sappiamo, e la felicità è solo una conseguenza.
La persona triste difficilmente riesce ad amare gli altri, ci vuole una grande forza interiore per staccarsi dal sé fisico e proiettarsi nello spirito. Oltre la testa, il raziocinio, quando è lo spirito a guidarci allora non cerchi risposte perché sono già in te. E’ nel nostro lato oscuro che si muovono i dubbi, i tormenti salgono dal basso, inquinano la nostra anima annullando la nostra capacità di amare. Questo a qualsiasi livello, laico, e non.
Madre Teresa aveva una grande capacità di amare: cosa vuol dire esattamente? Credo che sia il saper dare tutto, ma ancor di più accogliere in sé l’altro.


Trova il tempo di pensare
Trova il tempo di ridere
È la fonte del potere
È il più grande potere sulla Terra
È la musica dell'anima.

Trova il tempo per giocare
Trova il tempo per amare ed essere amato
Trova il tempo di dare
È il segreto dell'eterna giovinezza


Trova il tempo di leggere
Trova il tempo di essere amico
Trova il tempo di lavorare
E' la fonte della saggezza
E' la strada della felicità



(Iscrizione trovata sul muro
della Casa dei Bambini di Calcutta.)


giovedì 7 settembre 2017

Il fallimento del socialismo reale






Tra cristianesimo e marxismo c'è una profonda e sotterranea parentela che non consiste tanto nella pretesa di educare l'umanità, quanto in una concezione del tempo, non più cadenzato sui cicli della natura, come lo era per i Greci, ma sui processi della storia carichi di promesse salvifiche, utopiche e rivoluzionarie. Se non si comprende questo, si rimane, come i più rimangono, in quella visione superficiale che contrappone il cristianesimo al marxismo sulla base dell'affermazione o della negazione dell'esistenza di Dio, che marca la differenza e nasconde quella sotterranea visione del mondo che li accomuna.
A differenza dei Greci, per i quali il tempo, in quanto eterna ripetizione dei cicli della natura, non ospitava alcun senso, per la tradizione giudaico-cristiana, il tempo è fornito di "senso" dove «alla fine si realizza ciò che all'inizio era stato annunciato». E quando il tempo è fornito di un senso, nasce la "storia", dimensione del tutto assente nel mondo greco, dove gli "storici" Erodoto, Tucidide, si limitano a narrare le vicende di cui furono testimoni. Del resto la parola "hìstor". in greco, significa "testimone".
Una volta tradotto in storia, gli eventi che accadono nel tempo sono sottratti alla loro insignificanza e proiettati verso una finalità: che per il cristianesimo è la salvezza che si realizza nell'altro mondo e per il marxismo il miglioramento della condizione umana da realizzare in questo mondo. Per quanto differenti siano gli obiettivi, ad accomunare le due visioni del mondo è la visione "escatologica" del tempo, dove alla fine (éschaton) si realizza quello che il cristianesimo annuncia e il marxismo si ripromette. La promessa cristiana non ha verifiche e la promessa marxista è storicamente fallita, ma non è esaurita la visione ottimistica della storia con cui il cristianesimo ha animato l'Occidente, contagiando col suo ottimismo la scienza che guarda il futuro non alla maniera greca come eterna ripetizione del passato, ma come "progresso", la sociologia come miglioramento delle condizioni umane, e in generale tutti i saperi le cui ricerche sono promosse dalla fiducia nel futuro che il cristianesimo e non altri ha istillato nella nostra cultura.
Ma se è vero come ha annunciato Nietzsche che «Dio è morto», perché «non fa più mondo», dal momento che se tolgo la parola "Dio" non ho difficoltà comprendere il mondo contemporaneo, mentre se tolgo la parola "denaro" o la parola "tecnica" con tutta probabilità non capirei più come si muove il mondo, allora anche l'ottimismo che il cristianesimo ha immesso nella cultura occidentale, si spegne e. dalla "storia" carica di senso, si torna al "tempo" come successione di giorni senza finalità. Il denaro e la tecnica, infatti, non hanno altro scopo che il proprio accumulo (il denaro) e il proprio auto potenziamento (la tecnica), per cui non sono più "mezzi" per conseguire una finalità, ma, come oggi constatiamo sulla nostra pelle, "fini" da raggiungere in sé e per sé. Per chi non si rassegna a vivere in un tempo senza finalità, per chi non rinuncia a una visione escatologica del tempo come il cristianesimo e come il marxismo, non vedo che difficoltà si frapponga a un loro incontro, magari in nome del Vangelo, dove ai poveri era promesso un riscatto in «nuovi cieli e in nuove terre» per il cristianesimo, su questa terra per Marx.


martedì 5 settembre 2017

Leggendo Dante e Leopardi





Ci sono poche cose che ci aiutano ad intuire, facilmente, cos'è quel "misterio eterno dell'esser nostro", come  Leopardi chiamava l'io di ciascuno di noi, come l'ascoltare la musicalità di un canto, la bellezza dello stesso, che riesce a far vibrare il cuore.
Leopardi la chiama "la sublimità del sentire".
Pensiamo all'emozione ,alla commozione che prova il cuore di chi ama la musica, se non è distratto da inutile cose, di chi ama ciò che lo sguardo incontra: il reale.
"Misterio eterno dell'esser nostro", Leopardi con questa frase riafferma la positività del Destino in ciascuno di noi e il grido del cuore dell'uomo è così forte e potente e bello che non si può non sentirsi trascinati e dire "già, è vero
Noi che non cerchiamo qualsiasi cosa, ma cerchiamo un bene, anche in mezzo alla confusione, cerchiamo qualcosa che "quieti" il nostro animo.
Dante (purgatorio XVII): "Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l'animo e desira;/ per che di giunger Lui ciascun contende.
Cerchiamo un bene, ma non riusciamo a definirlo; ma la ragione ci dice che ognuno di noi vorrebbe giungere a Lui. E la vita diventa un'avventura.
La vita è un'avventura, perché è la ricerca di quel bene nel quale il nostro animo si quieti.
Certo che se uno vive in un nascondiglio, come fa a vivere l'avventura in cui noi siamo destinati?



lunedì 4 settembre 2017

Il posto del ristoro






Non ho voglia di parlare di teologia e filosofia.

L'oggetto dei miei pensieri è una poltrona di legno e velluto.

C'è un luogo tra i chiodi che fissano il tessuto al legno

che è più largo dell'ovvio.

Là, io infilo l'unghia del pollice della mia mano sinistra e

trovo ristoro ai miei affanni.

Non è tanto semplice perché quel punto cercato e amato

non è facilmente individuabile.

Sarà che sono stanco, oppure che sto sognando,

ma la fessura accogliente non è mai la stessa.

Si sposta e devo ricercarla con pazienza, sicuro di trovarla

per il fatto che non sono stato mai tradito.

Intanto una nuvoletta di fumo sale verso il soffitto.

E' una fortuna rara. Chi è stressato, annoiato, oppure deluso dal

quotidiano fa sempre fatica a trovare un angolo che dà sicurezza.

Voi avete un luogo dove riposarvi, oppure fantasticare?





venerdì 1 settembre 2017

L'assurdo diventa regola





Gli stilisti impongono un modello di ragazza magrissima.
I messaggi della moda sono recepiti dalle ragazze che finiscono per diventare anoressiche.
Sotto accusa è il mondo della moda e chi partecipa alle sfilate.
Non dobbiamo dimenticare che gli addetti al settore più spregiudicati impongono,  in
particolare  alle ragazze dell'est, l'obbligo di dimagrire anche con l'uso
di anfetamine che tolgono l'appetito e sono sostanze tossiche.
Zapatero aveva vietato a Madrid di far sfilare ragazze anoressiche.
Il problema è che nel nostro mondo della moda la magrezza è un valore.
Magro piace, perché i vestiti cadono meglio su un corpo snello e gli stilisti
richiedono modelle così e le ragazze vogliono dimagrire. È come nel caso della droga,
se non piacesse a nessuno non sarebbero così tanti a consumarla.
Luciano Casolari parla di un amico che gli racconta che la figlia di sedici anni
vorrebbe diventare una modella.  Visto che ha un parente che lavora in questo
settore sono andati assieme a fare un colloquio. La ragazza è bellissima e anche fotogenica
per cui sembrerebbe tutto facile se non fosse per il peso. Il parente, infatti, afferma che
lei è fuori dai parametri.  E’ alta un metro e settantanove centimetri e pesa cinquantotto
chili ma, secondo il parente, per poter entrare nel giro delle modelle dovrebbe calarne
almeno altri 4 o 5.


giovedì 31 agosto 2017

Mi piace abbracciarti






Improvvisamente incontri nella folla lo sguardo di qualcuno, uno sguardo umano, ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto.
E tutto diventa improvvisamente più semplice.
Il fatto nuovo si palesa, si rivela, nell'incontro con la leggerezza, la sottigliezza e l'apparente inconsistenza di un volto che si intravede nella folla: un volto come gli altri, eppure così diverso dagli altri. Lo vedi per un istante, e andando via porti dentro di te il colpo di quello sguardo, come dicendo:
"Mi piacerebbe rivederla quella faccia!".
Quel giorno soffiava un’aria di tramontana e i suoi capelli erano mossi dal vento.
Il giorno dopo non c'era più il vento e non avevo davanti quel volto, eppure era presente, e dopo una settimana quella presenza era presenza ancora, e dopo un mese era presenza ancora.
Anche se fossero passati mille anni senza rivederla, la mia vita sarebbe stata stracciata dal desiderio di ritrovare quel viso con i capelli negli occhi. L’ho vista di nuovo. E mi ha guardato con un amore e con uno sguardo che io su di me non ero capace di avere.
Le piaceva la pioggia fino a bagnarsi e tornava sul balcone dopo una doccia con l'accappatoio e restava a guardare per ore, come incantata. Le sussurravo: "Tu resta sotto l'acqua e io nella parte coperta e mi sposto dietro di te. Ti abbraccio e poggio il mento sulla spalla, e sei contenta se me ne sto zitto e guardiamo la pioggia, le persone che corrono, gli ombrelli infelici. Mi piace starti avvolto contro, mi piace accarezzarti le braccia, il corpo, mi piace amarti senza fare l’amore, mentre guardi la pioggia e dici che ti piace guardarla, che non ti stancheresti mai, che è una cosa stupida e che non c’è niente di male nelle cose stupide".

martedì 29 agosto 2017

Alla ricerca dell'amore







Non si può fare a meno dell’amore. Si nasce per amore, si ride per amore, si gioisce per amore, si soffre per amore. L’amore non va imprigionato, ma donato.
Chi è incapace di amare, inaridisce, non ama neanche se stesso.
È solo ripiegato su se stesso, non amare è egoistico.
L'amore, secondo Jean-Luc Marion,  ha un ruolo molto speciale dal punto di vista della filosofia e, insieme, della vita.
La stessa filosofia significa innanzitutto "amore" della sapienza.
La filosofia moderna però non considera l'amore seriamente.
Da Cartesio a Hegel, l'amore è stato relegato a un ruolo secondario, minimo rispetto alla razionalità, alla coscienza. E' considerato passione, malattia. L'amore invece è una parte centrale della razionalità.
Il desiderio e la promessa, l'abbandono e la fedeltà, la gelosia
sono tutti eventi che sfuggono a una certa definizione di
razionalità, e che rivelano figure di un'altra ragione, di una ragione più grande, la vita umana.
L'amore è qualcosa di misterioso. E' il più profondo dei desideri umani.
Si può fare a meno dell'amore?
Rinunciare a porsi la domanda "qualcuno mi ama?"
Rinunciare soprattutto alla possibilità di una risposta positiva,
vuol dire rinunciare all'umano in sé.
Nella misura in cui si progredisce nel cammino della vita
si diventa più saggi e ci si distacca dai desideri egoistici
e si sale nel modo di amare. Dapprima non si ama che se stessi,
poi l'altro, infine finalmente gli altri.
Allora l'amore diventa una virtù: volere il bene altrui
è il bene stesso :è il vero amore. Ed è l'inizio di tutto.
L'amare è gioia che crea entusiasmo.
Lo stesso sentimento che si prova in cuore
quasi fosse un dio nascosto. E' intensità a volte e anche fretta di
arrivare là dove il cuore sarà felice.




lunedì 28 agosto 2017

Il passaggio dalla tenerezza all'amore







Una tenerezza vera per resistere, per permanere deve amare in modo vero l'oggetto e l'oggetto deve essere percepito per quello che è veramente.
Come si può avere una tenerezza verso un essere che ti dà la vita come tua madre e poi ti abbandonasse, perché a un certo punto muore? E' una tenerezza oggi che, se una ci pensa, annega in un bidone di tristezza.
Uno vuole bene particolarmente a una persona, ma come fa a sentirne la tenerezza pensando che domani non la vedi più, che domani muore o che domani va negli Stati Uniti e non torna più?
La tenerezza è suscitata da un gesto o da uno scritto, o da uno sguardo. La tenerezza è un sentimento profondo bellissimo che nasce dentro al cuore.
Per questo, la tenerezza, oltre ai sentimenti, include anche delicate e intense espressioni del corpo, come le carezze, gli abbracci, i baci, che conducono al contatto fisico dei corpi: pensiamo all’importanza di questi segni affettuosi verso i bambini o i propri figli: la mancanza di questi gesti spesso possono causare dolorose carenze affettive capaci di portare turbamenti nel nostro equilibrio anche di adulti.
E. Mounier dice che le giovani generazioni non conoscono più la distinzione tra amore e tenerezza. La tenerezza è una emozione che vivi in un incontro di infinita bellezza.
Solo se uno percepisce l'eternità dell'incontro con una persona, solo se uno percepisce che il rapporto con questa persona, ciò che essa suscita in noi, è segno di un rapporto con l'eterno, allora la tenerezza si dilata e diventa amore, un amore infinito.

giovedì 24 agosto 2017

Alla ricerca della Verità





Che cosa è la verità? L'inevasa domanda di Ponzio Pilato
zavorra la coscienza di tutti gli uomini, se ne
accorgano o meno.
Domandava sant'Agostino.
Che cosa più potentemente l'animo desidera della verità?
Anche se non ha aspettato la risposta, Pilato ha espresso
il nesso inesorabile che l'uomo avverte con la sua vita.
Non appena pensa la parola mistero ,
l'uomo si trova davanti a qualcosa che non ha volto.
Il Mistero, per cui il cuore dell'uomo è fatto, rimane anonimo.
In qualunque sforzo di coscienza il Mistero resta anonimo.
E se il Mistero è anonimo, la vita è anomala, senza leggi.
Ma ancora sant'Agostino affermava: "Che cos'è la verità?
Un uomo che è tra noi.
Il Mistero non è più anonimo: ha il nome di Gesù Cristo.
il Mistero diventato uomo, nato dalla carne di Maria.
L'abolizione dell'anonimato del Mistero è la realtà
di quest'uomo, che si rende presente e si comunica a noi
nell'Eucarestia.
L'Eucarestia è una vita presente, come seme che si sviluppa:
si sviluppa nella sua visibilità, così che un uomo possa
riconoscere la presenza di Cristo con verità, come dice:
"Questo è un mio amico"


martedì 22 agosto 2017

Suggerimenti per chi insegna






Se qualche insegnante invece di snocciolare date, conquiste e battaglie dell'impero romano pensasse a raccontare ai discenti come vivevano le donne e i maschi romani, come vestivano, i negozi, i giochi e l'uso del tempo libero, forse
qualche ragazzo potrebbe confrontare due realtà diverse: quella di ieri e quella di oggi. Incuriosirsi e cominciare a leggere qualche pagina del libro di storia.
Solo la curiosità riesce a trovare la bellezza nei luoghi più nascosti.
L'insegnante, ruolo ormai surclassato da altri modelli, sicuramente è una delle figure fondamentali di ogni bambino/ragazzo. Quella figura portante, con la quale tu condividi ore seduto dietro a un banchetto con la possibilità di seguire, ascoltare o fuggire e pensare ad altro con la mente. 
Ho avuti molti docenti, ma alcuni di questi resteranno dentro di me per il modo di aver catturato la mia attenzione. Uno dei miei sogni sarebbe proprio questo: riuscire con tutto me stesso attrarre l'attenzione di un bambino/ragazzo e come la principessa Shahrazàd, tener desta la loro curiosità al punto di muoverli a cercar oltre.
Secondo me il problema della scuola oggi è che da un lato ci sono sistemi ammuffiti che non creano appunto interesse, ma dall'altro c'è chi cerca di ovviare con insegnamenti "alternativi" dimenticandosi di quelli di base. In parole povere è inutile insegnare ad usare un pc se prima non si insegna la grammatica italiana!
Lamentarsi è una forma insana di innalzare la pila di problemi. I prof lamentano uno stipendio inadeguato alle responsabilità...che non osano quindi assumersi. Non credo che un aumento di stipendio guarisca il loro assenteismo. La fermezza costruttiva e il cuore spugnoso che elargisce sapere non appartiene loro...ma a chi appartiene ormai?! Che tristezza.
Bisogna risvegliare un interesse per la bellezza che sta dentro le cose che si insegnano.
Bisogna accendere il desiderio.
C'è in giro troppa rassegnazione, la cinica convinzione che non vale la pena impegnarsi, che è meglio adattarsi a fare gli impiegati della pubblica istruzione.
Invece questa è la sfida più interessante con cui il docente si possa misurare. Se ai ragazzi viene proposto qualcosa di alto e se li si accompagna nella scalata, loro ce la mettono tutta per arrivare alla vetta.


sabato 19 agosto 2017

La donna etrusca






La civiltà etrusca fu inizialmente identificata nel 700 A.C. quando furono scoperte iscrizioni in ceramiche nell'Etruria meridionale. La donna era famosa nell'antichità. Lei era nota per il suo look bello, affascinante ed un comportamento intrigante. Figurine in bronzo raffigurano che la donna era di status uguale all'uomo.
Durante il periodo villanoviano le donne si occupavano della casa. Il cucinare è stato fatto al fuoco su mercanzie di impasti come "argilla non purificata." Questi utensili sono stati costruiti dalle donne stesse. La donna era responsabile di fornire alla sua famiglia  cibo, acqua e stoviglie. (Haynes, 21).
Le cerimonie di sepoltura erano simili per il maschio e la femmina, tranne nei casi di un guerriero o di una donna che apparteneva a una famiglia benestante. Le donne etrusche non erano conosciute solo per la loro maestria e bellezza, ma per la quantità di libertà di cui godevano.
Plauto sostiene che le fanciulle etrusche avevano l’abitudine a prostituirsi per procurarsi la dote. Sono sicuramente giudizi distorti di chi non riusciva a comprendere un comportamento diverso da quello di cui era abituato. La realtà, come sempre, è molto meno romanzata e sicuramente la morale greca aveva l’unico scopo di non mettere in crisi il proprio rigido ordinamento sociale. Ovviamente Teopompo deve essere stato il precursore del gossip, tanto che fin dall’antichità veniva ritenuto la lingua più velenosa della letteratura greca e soprannominato “maledicentissimus”
Gli etruschi sono un popolo misterioso. Le notizie sulla loro provenienza sono piuttosto vaghe. Secondo Erodito sono sbarcati sulle coste toscane nel XIII A.C.dall'Asia Minore, loro patria.
Le loro principali città sono Arezzo, Chiusi, Tarquinia e Volterra. Erano governati da un Re con l'aiuto del Senato, che rappresentava le famiglie ricche. La società era divisa in due classi: Padroni e schiavi. Agli etruschi vengono attribuite alcune invenzioni: i dadi e la palla, l'arco in edilizia.
Gli dei degli etruschi sono più o meno gli stessi dei greci e dei romani. Tinia è Giove, Uni è Giunone, Mnerva è Minerva.
Tornando alla donna Maurice Bardèce afferma che indossavano i corpetti alla Maria Stuarda, le crinoline tipo imperatrice Eugenia, i turbanti, i cappellini a forma conica e i gioielli erano sontuosi ed enormi. La donna etrusca ama i colori vivi, i ricami e i tessuti leggeri. Calza sandali graziosi. E' affascinante, decisa e qualche volta ardita.

mercoledì 16 agosto 2017

Riappropriarsi del proprio Io





Mi sembra di essere in un vortice che mi attira sempre di più: mi attira verso il raggiungimento di quella libertà che per molto tempo ho inseguito.
Per caso ci si incontra e si diventa amici, ma poi l'amicizia non vive o si sviluppa per caso.
La società sta ripiegandosi in un egoismo, in un qualunquismo sfrenato alla ricerca solo di cose.
La grazia e la disperazione sono molto vicine perché molte volte la disperazione si trasforma in grazia e quando non si recepisce un messaggio della grazia, questo può diventare disperazione.
Qualcuno ci provoca.
E' come il fuoco che brucia, il fuoco che purifica.
Il fuoco che entra dentro può essere un fuoco distruttore come può essere un fuoco purificatore.
Serve un impegno notevole che si sviluppa nel tempo. Accumulando esperienze e interessi, lasciando filtrare quelle qualità che permettono di poter costruire una identificazione individuale significativa. La forza della libertà e la predisposizione alla relazione, nascono dalla certezza verso le proprie capacità.
Il bene dell'io, come il bene comune, è un bene relazionale fatto di scelte definitive e stabili, che mantengano la caratteristica della permanenza, di un impegno di fedeltà e di costruttività.
L'incapacità di permanere nella scelta significa l'incapacità di una effettiva responsabilità.
Illudendosi di essere libero solo perché può continuamente cambiare le sue scelte, l'uomo finisce spesso per essere condizionato dalla mentalità dominante, dal potere enorme del mass-media. In realtà, spesso il potere sceglie lui, e l'uomo non è più protagonista. Solo la coscienza della propria identità rende protagonisti.

venerdì 11 agosto 2017

Il cammino della poesia


Quello che noi spesso dimentichiamo è che la poesia nacque come epica, per semplificare possiamo chiamarla la poesia delle gesta ed aveva una particolare funzione ,doveva svolgere una funzione educativa, doveva comunicare ed esprimere. Era inammissibile una poesia non utile, non direttamente produttiva di qualcosa e per produzione intendo proprio la produzione di senso. Questo problema nasce già con i lirici greci che però pur sovvertendo in parte i canoni tradizionali e dando luogo alla poesia dei sentimenti continuano a percorrere la strada dell’utilità. Sono i lirici latini che presentano la seconda cesura, la poesia lirica si distacca definitivamente da quella epica non solo per i temi ma anche perché abbandona ogni scopo comunicativo o finalistico. Da quel momento in poi irrompe tutto e si perde il patto (che era stato sotteso nella poesia epica) e rimane un nuovo modo di fare poesia . Il poeta non deve indagare né verità , né deve darci una interpretazione di verità , non deve essere sottomesso all'oggetto, non deve più parlare della morte (oggetto) per renderla fatto universale. Deve accovacciarsi come meglio crede sull'oggetto, il poeta copre l'oggetto non lo scopre qui che la soggettività diventa prevalente, aperta la poesia al lirismo e liberato il poeta da ogni condizione di finalismo comunicativo è ovvio che il soggetto diventa oggetto della poesia.  Non è più la morte che viene raccontata ma è il poeta che è e sente morte ad essere oggetto della poesia. Ecco perché non riuscirà con molta difficoltà a trovare qualcosa che risponda al suo canone.
In questa assenza di patto però non possiamo vedere solo una perdita, a mio parere c'è anche una conquista appare sul palcoscenico umano la possibilità di infinite verità soggettive tessere non più quadri, pezzi isolati non più affreschi unitari, ma il loro valore rimane comunque straordinario perché ci permette di vedere e di rintracciare l’umanità attraverso dei frammenti infinitesimali spesso diversi per canone e per scelta linguistica che non ci raccontano più la morte ma le mille morti. Da una poesia non si può scorgere il mondo se non per frammenti rattoppati da gli occhi degli altri, il lettore di poesia deve essere umile ,non si deve aspettare niente, non deve cercare né verità né insegnamento, né illuminazione, né spiegazione del mondo, deve solo farsi prestare per un istante gli occhi di un altro stupendosi per la coincidenza identica del vedere insieme, nel vedere stupendosi ancora di più nel vedere il mai visto.

lunedì 7 agosto 2017

Intanto abitiamo in città





L'homo sapiens non ha cominciato la sua vita nel mondo come una creatura urbana. Campagne, foreste e coste sono state il suo vero habitat per oltre centomila anni.
Solo undicimila anni fa l'uomo ha cominciato a costruire qualcosa che assomigli a un villaggio. Ci sono voluti altre seimila anni per città superiori ai centomila abitanti. Quindi, un lungo cammino ha portato l'uomo verso le città. Oggi, nel 2017, la metà della popolazione mondiale si trova concentrata nelle metropoli. E sappiamo tutti che le grandi città ospitano immense baraccopoli. Per esempio Kibera, con un milione di persone, che si è sviluppata in piena Nairobi.
La domanda che mi pongo è perché gli uomini preferiscano lo squallore terrificante delle bidonville alla "sana" miseria della campagna.
Provo a rispondermi: "Niente come la metropoli alimenta l'idea che "farcela" è possibile".
Se si esamina bene l'homo urbanus si vedrà in maniera evidente la natura della malattia da transumanza. A rendere la falsità di veduta così universale è il fatto che le nostre qualità sono incerte e sempre più spesso confuse , come nelle nostre vedute non vediamo mai le cose come esattamente sono, le stimiamo più o meno di quanto valgono ma non le rapportiamo mai a noi e nel modo che si addice al nostro stato di benessere. Del resto l'immondizia fa gola a tutti.


sabato 5 agosto 2017

La ragione contestata






Secondo la scienza olistica quella che noi chiamiamo "ragione" non è altro che il sistema digitale mediante il quale noi osserviamo i fenomeni analogici in un contesto olistico. In altre parole, ciascuno di noi spezza l'intero in piccole parti che sono a lui più comprensibili. Su questo si basano tutte le scienze occidentali: "immaginano" sistemi semplici che poi raggruppano in entità via via più complesse. Non esiste un "sistema chiuso" del quale misurare l'entropia però ci serviamo del concetto per arrivare, approssimando, ad algoritmi che spiegano in termini comprensibili alla nostra specie, fenomeni ben più complessi. Così la "ragione" dipende dalla cultura, dalla mente e dalle esperienze di ciascuno. Non è universale ma "probabilistica".
La ragione, invece, è quell'originale apertura con cui l'uomo percepisce il senso del reale.
E non si conosce una realtà se non cogliendone il senso.
Se ho una macchina e la esamino pezzo per pezzo, fino ai più minuti componenti e non ne capisco il senso, cioè a cosa serve, la sua funzione nella totalità, non posso dire di conoscerla.
Inversamente, posso dire di conoscere la macchina anche se non so analizzarla, ma ne colgo il senso.
Lo sguardo della ragione riconosce il vero, cioè la corrispondenza tra quello che è proposto e il proprio cuore, tra quello che si incontra e si segue e la natura originale della propria persona.
Dobbiamo diventare creativi, da non confondere con l'esuberanza immaginativa, cioè riuscire ad abbracciare la realtà secondo l'impeto ultimo e l'ideale del cuore, cioè secondo il giudizio.


mercoledì 2 agosto 2017

Il riposo della mente



Se non dimenticassimo finiremmo tutti come Seresevskji ,  il mnemonista di Aleksandr Romanovic  Lurija ,in preda ad una memoria talmente affollata di ricordi, da creare un duplicato caleidoscopico e labirintico della realtà, impossibile da governare. Un doppione così intricato, folto, ridondante e linkato, da non permettere più di ricordare, con ordine e pertinenza, i fatti, le persone e gli oggetti della vita reale.
Dobbiamo capire se l’oblio della mente è un vuoto che non è più colmabile nonostante i nostri sforzi di recuperare il tempo perduto  o se questi vuoti della memoria sono essenziali all’equilibrio psico-fisiologico della nostra vita cognitiva perchè impediscono quella pienezza troppo patologica, strabordante e straripante, di Seresevskij e di altri mnemonisti, che aumenterebbe talmente il potere della nostra memoria da renderlo nemico della memoria stessa, fino a impedirci di parlare della nostra vita con ordine e precisione e addirittura di agire nel mondo da persone normali.
E’ forse possibile che questi vuoti così importanti e fisiologici siano al contempo inaccessibili, ma colmabili attraverso strategie mirate del ricordo, attraverso itinerari particolari segnati dentro il fitto bosco della memoria.
Del resto se, come abbiamo detto, l’oblio è, insieme alla memoria, una funzione fondamentale della nostra conoscenza è anche vero che il nostro cervello immagazzina ed elabora un messe straordinaria di ricordi e di informazioni e che tutti noi crediamo di essere persone umane, dotate di un Sé unitario, grazie al fatto che sentiamo di contenere nella mente i fatti della nostra vita e di poterli raccontare a noi stessi e agli altri in qualsiasi momento. Inoltre è stato dimostrato che gran parte del nostro sapere e della nostra vita sta nascosto nella nostra mente in modo inconscio e implicito e che può essere richiamato alla nostra attenzione cosciente quando se ne presenti l’occasione o la necessità.





lunedì 31 luglio 2017

Essere è meglio che apparire





Per me apparenza significa mostrarsi per quello che non si è. Una violenza inaudita verso se stessi da fracassare il proprio io. Una maschera che finisce per diventare l'abito vero.
Il "basta apparire" sostituisce valori e significati e sarà difficile, di certo anche doloroso per molti , tornare indietro, o meglio, andare avanti verso valori autentici e verità anche scomode.
Saremo in grado di aiutare i nostri giovani?
E' impossibile non avere una "apparenza", non recitare in un certo senso, un ruolo sociale, non avere una immagine di se stessi il problema è quando ci si identifica troppo in un ruolo.
Il problema nasce anche da come ci vedono gli altri e da come il loro sguardo su di noi a volte sia una prigione.
Forse, più che interessante, io direi che è più facile, più comodo fingere di essere ciò che non si è, piuttosto che essere ciò che si è.
I danni causati a lungo andare dalla finzione, in realtà sono incalcolabili: ma nessuno se ne avvede, o se ne preoccupa, perché tanto "ciò che non si vede, non esiste".
Inganniamo noi stessi, così facendo, ma quanto a lungo può sopravvivere un uomo, vivendo secondo imitazione e non secondo la propria reale natura?
Ecco che originano da questo grande inganno tutti i disagi psichici, le depressioni, le ansie, le nevrosi e tutte le malattie della terrificante cultura dell'io.
Ma io sono convinto che non si possa seguire a lungo una tale finzione, se non al costo (altissimo) della propria serenità mentale e psicofisica.
La maschera a lungo andare produce delle crepe e un siffatto debole "io" finisce per spezzarsi.
Non importa come ci vedono gli altri, in fondo, ciò che conta è come noi vediamo noi stessi: l'unica vera prigione che riconosco è quella creata da me stesso.

sabato 29 luglio 2017

La donna che legge i romanzi





Quelli che bruciano i libri hanno sempre qualche problema con le donne, perché sanno che i lettori più pericolosi sono le lettrici. Una mostra parigina di qualche anno fa si presentava con questo titolo: Les femmes qui lisent sont dangereuses, «Le donne che leggono sono pericolose». Nella logica dei piromani e dei censori, infatti, i libri imbottiscono di strane idee le teste di chi li legge. E se poi chi li legge è più esposto alle seduzioni della lettura, come appunto si insinua siano le donne, quelle strane idee possono diventare una polveriera ed esplodere.
E così, tra i libri «filosofici», quelli di teoria politica stavano insieme alla pornografia pura o mimetizzata, detta anche letteratura «libertina». Non dobbiamo stupirci, sostiene Darnton, se «Mirabeau, l’uomo che incarna lo spirito dell’89, è al contempo l’autore delle più volgari opere pornografiche e dei più audaci trattati politici del decennio che precede la Rivoluzione». Del resto, lo stesso Voltaire amava dire, con accostamento che parve (e forse pare tuttora, da un fronte opposto) sconveniente, che «le idee sono le mie puttane».
Ma quando quei libri «filosofici» dal fortissimo richiamo erotico cominciarono ad attirare un’ampia clientela femminile, tutto venne messo a soqquadro. I lettori maschi furono per lo più tentati dalla Rivoluzione, che si portava dietro anche una ventata trasgressiva di libertinismo. Le lettrici, invece, furono per lo più tentate dalla ribellione verso il ruolo loro assegnato dalla tradizione e dalla morale corrente.
Una blogger molto famosa, Rosemarie Urquico scrive: “Esci con una ragazza che legge. Esci con una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio, ma perché ha troppi libri. Esci con una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni. Trova una ragazza che legge. La riconoscerai perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella borsa. È quella che scruta estasiata tra gli scaffali della libreria, e che non trattiene un grido di gioia quando trova il libro che cerca. Se la scopri ad annusare le pagine di un vecchio volume in un negozio di libri di seconda mano, è una Lettrice”.


venerdì 28 luglio 2017

Alla ricerca del compiuto



C'è un punto di fuga, c'è qualcosa che sfonda l'oggetto che afferriamo, per cui non lo prendiamo mai a sufficienza e per cui c'è sempre come un'intollerabile ingiustizia, che cerchiamo di celare a noi stessi, distraendoci.
Il buttarsi nell'istinto è il modo più bieco di chiudersi a questa apertura che tutte le cose reclamano, cui tutte le cose spingono.
La tristezza che si prova nel rapporto non compiuto con la persona che si ama di più, perché io non sono capace, perché lei non è capace, questa coscienza della propria incompiutezza è la caratteristica più umana della vita.
E il sospiro d'infinito si presenta sempre quando insorge il bisogno di qualcosa di finito.

Maestrale

S'è rifatta la calma
nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiarìa
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto co' tuoi raccolti diti
protesi in alto, guarda:


sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: ché tutte le cose pare sia scritto:
«più in là»






La curiosità di una domanda allarga la ragione perché dilata l'orizzonte del conoscibile.
Il cuore intuisce già che l'orizzonte è più ampio di quanto il mondo oggi affermi.
La nostra capacità di indagare le cose con la ragione è ispirata dal presentimento del cuore che esiste qualcosa di più grande.