lunedì 30 novembre 2015

Osservare e poi descrivere







La crisi della cultura è causata dalla mancanza dell'osservazione. Se uno non si sofferma a guardare una rosa, come potrà mai descriverla?

E' il fenomeno dell'anoressia dell'osservazione.

Io penso non sia soltanto l'ascolto, sempre importante, ma anche la lettura e il guardare con occhi aperti, il fare esperienze, perché il linguaggio ha sempre anche una motivazione e trovare emozioni anche oltre la parola aiuta paradossalmente la parola.

Mallarmé arrivò al silenzio della pagina bianca, il limite della non comunicazione, cioè il silenzio dove niente è scritto e tutto è detto.

Io non sono uno scrittore eccelso, men che meno un grande oratore, ma il fatto che non sappia (o non voglia) esprimere i miei pensieri in maniera decente non vuol dire che non sia in grado di pensare in maniera decente.

In un tempo di linguaggio povero, stereotipato quello che viene messo in crisi è proprio la capacità di ascolto e di dialogo, la possibilità di capire; il parlare assume sempre più la struttura di un monologo e di un monologo povero in quanto non sufficientemente dotato di parole che riescano ad esprimere le proprie esperienze, i propri sentimenti i propri conflitti, la possibilità di mettersi in discussione.






venerdì 27 novembre 2015

Superare la falsa meritocrazia




Ognuno potrebbe, teoricamente, avere quel che merita se vivessimo in una società giusta, solidale, egualitaria, organizzata per riconoscere ed attribuire i meriti in base alla capacità o agli sforzi fatti.
Non mi pare che il ritratto di una società competitiva come la nostra assegni in base a meritocrazia, poiché i “meriti” premiati sono la concorrenza, il risultato ottenuto a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. Chi parte già avvantaggiato per stato sociale conserva sempre questo privilegio iniziale. Questo è un approccio liberale e individualista. Quindi X, portatore di uno stato economico più favorevole rispetto a Y, manterrà sempre questa rendita di posizione non già secondo meriti ma in base agli accessi consentiti.
Una società giusta è invece quella che tende ad essere egualitaria, cioè una società nella quale si tende a ridistribuire, tra tutti coloro che fanno parte di una certa comunità, le risorse disponibili, realizzando (tendendo a realizzare) una sostanziale eguaglianza.


mercoledì 25 novembre 2015

E' bello quando accade




Succede a volte che incontrare gli occhi di “qualcuno” , ti fa vibrare il cuore, e ti provoca un languore, una dolce malinconia e vorresti che mai finisse quella magia. E’ come se si arrestasse il mondo, i tuoi pensieri sfumano e restano solo quegli occhi.




domenica 22 novembre 2015

L'incanto della Bellezza







L’integrità o perfe­zione (integritas sive perfectio), poiché le co­se incomplete, proprio in quanto tali, sono deformi. Quindi si esige la dovuta propor­zione o armonia (debita proportio sive con­sonantia) tra le parti. Infine la radiosità, il bello interiore. 


martedì 17 novembre 2015

Il male allontana il Regno dei Cieli






Francesco come Benedetto XVI. Come il suo diretto e vivente predecessore, Bergoglio all’Angelus si è rivolto ai musulmani chiamandoli “fratelli“. Un saluto impensabile soltanto mezzo secolo fa, ovvero prima del Concilio Vaticano II, che scrisse e approvò la dichiarazione “Nostra aetate”, pietra miliare per le relazioni tra la Chiesa di Roma e le religioni non cristiane, ebraismo e islamismo in primis, a cui il documento dedica paragrafi molto importanti. “Se, nel corso dei secoli, – si legge nel testo approvato da oltre 2500 padri conciliari – non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.
I fratelli musulmani sono quelli che rispettano le altre religioni e non compiono atti di barbarie inaudite.


giovedì 12 novembre 2015

Non chiedersi mai il senso del dolore





Il dolore, per coloro che hanno avuto l’impudenza di volerne un senso, non può essere altro che misterioso. A costoro tocca convivere con il Mistero e con tutte le contraddizioni che esso comporta e, dunque, il mistero del dolore può esistere soltanto per coloro che al dolore chiedono un senso. La montagna diventa misteriosa se ad essa chiedo di essere sensata, altrimenti resta quello che è: una montagna.
La necessità di un senso al dolore è dettata dal desiderio di renderlo sopportabile. Se ad Atene il dolore si supera, faticosamente, s’intende, a Gerusalemme si sopporta altrettanto faticosamente, suppongo. La richiesta di senso al dolore sembra renderlo sopportabile, attenuandolo. Ma non è così, purtroppo, poiché si è attuata una mutazione genetica del dolore: la domanda ontologica (cosa è l’oggetto-dolore) si è trasformata in domanda ermeneutica (quale senso ha il dolore). Il dolore si è trasformato da ontologia in ermeneutica. Dalla Natura è stato proiettato nel Mistero. Ed ecco, quindi, che al dolore-oggetto si aggiunge il dolore ermeneutico di trovarne un senso, la cui mancanza smarrisce ancor di più, fa soffrire ancor di più, inducendo persino a mettere Dio sul banco degli imputati. Giobbe chiede conto a Dio delle sue disgrazie, lo incolpa del suo dolore, chiede conto del perché e del per come deve subirlo, si smarrisce di fronte alla montagna, non per la sua ripida altezza da scalare, ma per la sua mancanza di senso; Ulisse non incolpa nessuno, scala la montagna del dolore perché sta là, pensa soltanto a come dannazione scalarla. Al dolore oggetto, si aggiunge, così, il dolore del pensiero del dolore.


lunedì 9 novembre 2015

Il capitalismo è maschio







Quando camminano senza la croce, quando edificano senza la croce, quando vedono un Cristo senza croce, non sono più discepoli del Signore: sono mondani, vescovi, preti, cardinali e papi, ma non sono discepoli del Signore, e il Paradiso non possono vederlo nemmeno con il telescopio, perché nessuno sa dove sta il Paradiso. Io ho una vecchia Alfa 146 e sul cofano trovo solo il residuo secco del processo digestivo dei piccioni e non ho niente da acchiappare.


sabato 7 novembre 2015

L'urlo del leopardo



Con la classica espressione “gatta morta” si indica una persona che, nonostante abbia un’immagine ed un comportamento inoffensivo, apparentemente innocuo e mansueto, nasconde in realtà un altro tipo di personalità, più subdola ed aggressiva.
Tale persona usa questo stratagemma per raggiungere i propri scopi ed interessi. In realtà si tratta di una persona malevola, aggressiva, ficcanaso, intrigante e sleale che finge di essere dolce, timida ed indifferente per ingannare il prossimo. Molto spesso “gatta morta” viene anche definita una persona che cela la sua natura poco virtuosa fingendo di essere irreprensibile.

Mi domanderete: " E il leopardo?"
Vi rispondo: " Il leopardo ha rifiutato di farsi fotografare"