venerdì 29 marzo 2013

Gli incontri di un cattolico

Mi ha sempre colpito l'accusa verso un cattolico

di rappresentare una cultura tradizionale, polverosa,

accademica.

In effetti il cattolicesimo parte dall'uomo e si trovano

compagni i più grandi scrittori,

da Péguy a Claudel, da Dostoevskij a Thomas Mann,

da Leopardi a Rilke.

Una posizione culturale corretta, infatti, non ha paura

di nulla, incontra l'umano e trattiene ciò che è giusto

senza lasciarsi deviare dall'ideologia.

Il saggio tira fuori dal suo tesoro cose vecchie

e cose nuove.

Il cattolico ha navigato tra le pagine di Shakespeare o di

Pavese condividendone a fondo lo spessore

umano e ritrovando la ricchezza di quella

domanda umana la cui risposta adeguata è Cristo.




 
 


lunedì 25 marzo 2013

Da un “Mi piace” su Facebook sanno chi sei


















Quando lo spirito immondo esce dall'uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. [25] Venuto, la trova spazzata e adorna. [26] Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell'uomo diventa peggiore della prima.










mercoledì 20 marzo 2013

Ma i Vangeli non sono una storia?









Benché le copie esistenti del principale antico testo ebraico (masoretico) risalgono solo al decimo secolo d.C., due altre linee importanti di evidenza testuale aumentano la fiducia dei critici testuali che possono scoprire il testo originale. Prima di tutto, l'Antico Testamento ebraico del decimo secolo d.C. può essere confrontato con la traduzione greca chiamata la Settuaginta o LXX (scritta dal 200 a.C. al 150 a.C. all'incirca; i manoscritti più vecchi ancora esistenti risalgono al 325 d.C. all'incirca). C'è un consistenza meravigliosa fra i due, che attesta l'esattezza del processo di copiatura dei testi ebraici durante i secoli. Secondo, la scoperta dei rotoli del mar Morto dal 1947 al 1956 (manoscritti datati dal periodo 200-100 a.C.) è stata estremamente importante. Dopo aver confrontato i testi ebraici più vecchi con quelli più recenti, sono alcune piccole variante sono state scoperte, nessuna di cui cambia il significato di un brano. Benché l'Antico Testamento è stato tradotto e copiato da secoli, la versione più recente è essenzialmente la stessa di quelle di prima.


lunedì 18 marzo 2013

Ci aspetta la Settimana Santa





Maria viene inoltre scambiata per l'adultera salvata da Gesù dalla lapidazione (come raccontato nella Pericope Adulterae) in Gv 8:1-11. In questo caso non ci viene tramandato nemmeno il nome della donna e l'identificazione probabilmente avviene solo per analogia con il caso precedente. L'accostamento tra Maria Maddalena e l'adultera redenta risale in realtà al 591, quando il papa Gregorio Magno, basandosi su alcune tradizioni orientali, in un suo sermone identificò le due figure.

L'identificazione di Maria Maddalena con Maria di Betania o con la peccatrice è stata infine esplicitamente rigettata dalla Chiesa cattolica nel 1969. Tuttavia, era comune nell'esegesi medievale tanto che la figura della Maddalena peccatrice fu inserita accanto a quella del Buon Ladrone nella sequenza del Dies irae:



venerdì 15 marzo 2013

Stupirsi sempre di quello che accade







Anche il Papa, salutando i fedeli della Piazza, ha confermato la nostra abitudine ad accettare gli avvenimenti senza stupirci. Lui ha parlato della dimenticanza di chiedere perdono a Dio. L'abitudine al peccato.Siamo di Cristo, ma Lui non è il vero senso della nostra vita. Ciao e grazie




giovedì 14 marzo 2013

Stranamente è il reale che dà all'uomo il senso dell'Infinito





La prima cosa da capire è che cos’è la religiosità,


perché se la religiosità è essere spirituali,


sentimentali e pietistici, allora non c'entra niente


con il reale.


Ma se la religiosità è l'esigenza di totalità dell'io,


se è la coscienza delle proprie domande costitutive,


possiamo cominciare a sorprendere nell'esperienza


che cosa ridesta quelle domande,


quell'esigenza di totalità che noi abbiamo addosso.


Allora si inizia a capire che ciò che ridesta la religiosità


è proprio il reale.


Il reale può essere bello o brutto. Non è che quando


uno ha una malattia non si ridestino quelle domande.


Una malattia, mia o della persona più cara, le fa emergere


drammaticamente.


E' il reale che fa venire a galla tutta l'esigenza di significato


che abbiamo nel rapporto con tutto.


Perciò possiamo dire che senza il reale, senza rapporto con il


reale non c'è religiosità












mercoledì 13 marzo 2013

Permanere nella scelta di fede








Sì, girare un po' la volta la testa dall'altra parte.
Il Papa lo vedo bene, ma riportare la testa nel posto giusto è un compito difficilissimo, specialmente se uno oppone resistenza. L'uomo cerca la libertà senza confini, la libertà di peccare impunemente. Il Pastore dovrà prestare molta attenzione alle sue pecorelle.




lunedì 11 marzo 2013

Nell'Eucarestia nasce un dio non più anonimo



Cristo si fa carne e sangue per la nostra Salvezza.
Non esiste niente di più grande che questo Amore verso di noi.



























domenica 10 marzo 2013

Il giudizio di Dio è il rinnovamento generato dallo Spirito

 



 
 
 
La non radicalità, cioè l'adesione stanca, alla fede porta un po' alla volta ad un camminare verminosso, strisciando annoiati senza amore, senza gioia.
E' un modo di vivere senza percepire la presenza di Cristo.
 
 


sabato 9 marzo 2013

L'io ascolta la voce di un Altro




Ma cosa significa

che la coscienza sarebbe la misura di tutte le cose?

La coscienza del non credente

è il punto originante i criteri con cui

affrontare tutta la realtà, cioè l'uomo

misura di tutte le cose.

La coscienza del credente è il luogo dove

l'io ascolta la voce e la direttiva di un Altro,

dove emerge l'oggettività di un

ordine dato da oltre sé, cui obbedire.


 


giovedì 7 marzo 2013

Senza la gratuità non si capisce la realtà




Gratuità vuol dire gratis: che tu la fai



una cosa e non ci guadagni.



La ragione per cui tu fai quella



cosa, paradossalmente, è la



cosa più importante. Perché la gratuità



è sinonimo di Infinito.



Se ci fosse dentro anche un solo capello



di tornaconto, non sarebbe più infinito:



sarebbe finito.



L'amore verso il prossimo è la gratuità



assoluta, non sei tu che la definisci.



Senza la gratuità non si capisce la realtà:



è una chiave di lettura, non è un momento



della vita.



E' così che il particolare diventa interessante



di fronte al tutto.












mercoledì 6 marzo 2013

Lettera a Pier Paolo Pasolini di Oriana Fallaci

[...] Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce.
V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci.
Sì esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna.
Ed io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna.
Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto, giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: "Prigione di Stato. Galeotto numero 3678". La provasti ripetendo: «Deliziosa, gli piacerà».
Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavan cartelli su cui era scritto: "Bombardate Hanoi" e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America.
«Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su San Paolo».
Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studen-tesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? [...]
Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, ad esempio, coi ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così.
La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situa-zione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: «Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!» Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. [...]
Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco. Una volta mi hai parlato anche di Sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva Sant’Agostino.
È stato quando mi hai recitato a me-moria il paragrafo in cui Sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ed ho compreso in quell’occasione che cercavi il peccato per cercar la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza.
Però ciò che mi dicesti su Gesù Cristo e su San Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel mio libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: «Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?»
Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. A Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, col testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene.
Ci ritrovammo per questo, rammenti. Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava "babbo". E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme.
Lasciarti dopo cena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte. Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: «Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!». Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: «Che uomo coraggioso!» Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisognava avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni.
Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò da casa mia, alla terza cifra si inseriva una voce che scandiva: «Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur il servizio dei numeri che incominciano col 59 è temporaneamente sospeso». L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina.
Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona.
E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar ‘Tre Scalini’ ci mettemmo a parlare di Franco che non muore mai, ed io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: «Hanno ammazzato Pasolini».
Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: «Chi? Hanno ammazzato chi?» E il ragazzo: «Pasolini». E io, assurdamente: «Pasolini chi?» E il ragazzo: «Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo». E Panagulis disse: «Non è vero». E Miriam Mafai disse: «È uno scherzo». Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. «È vero. L’hanno ammazzato davvero».
In mezzo alla piazza un giullare coi pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. «L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte», aggiunse Miriam.
Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: «L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto! »
Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove. In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Si entrò seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: «Ma è vero? È vero?» E la padrona del bar chiese: «Vero cosa?» E il giovanotto rispose: «Di Pasolini. Pasolini ammazzato». E la padrona del bar gridò: «Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!» Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?

Roma, novembre 1975






lunedì 4 marzo 2013

C'è chi vuol liberarsi dal cristianesimo e ragiona così





 Non sono per niente tranquillo.
Rubare le carte riservate del Papa e consegnarle a qualcuno che può usarle contro la Chiesa.
Sembra avverarsi quel presagio e quell'incitamento di Nietzsche che ritiene decisivo, per superare e sconfiggere definitivamente il cristianesimo, attaccarlo non tanto sul piano della sua verità quanto su quello del valore della morale cristiana, mostrando che essa costituisce un crimine capitale contro la vita. In concreto il cristianesimo avrebbe introdotto nel mondo il sentimento e la coscienza del peccato e sarebbe il più grande avvenimento della storia dell'anima malata e il più fatale artifizio dell'interpretazione religiosa, da superare ed eliminare facendo riconquistare alla vita umana la sua innocenza, al di là del bene e del male, e così la gioia di vivere e una libertà senza confini.



venerdì 1 marzo 2013

Non voglio andare ha squola



Nel libro Cradles of Eminence, il resoconto dell'infanzia di quattrocento personaggi della nostra epoca, si afferma che i tre quinti dei soggetti "presentavano gravi problemi scolastici": "il rifiuto della scuola è un fenomeno internazionale che non dipende dall'essere la scuola pubblica o privata, laica o confessionale né dal tipo di pedagogia applicato" Inoltre le difficoltà scolastiche dei personaggi sono indipendenti dall'atteggiamento, dalle condizioni economiche e dal livello culturale delle loro famiglie.
Odio per la scuola, bocciature, espulsioni sono, nel bene o nel male, un'afflizione generale.
Th. Mann, nobel per il romanzo scritto a 25 anni, definì la scuola "stagnante e deludente", Tagore, proveniente come Mann da una famiglia colta e abbiente, interruppe gli studi a 13 anni. Degli anni di scuola, Gandhi diceva che erano stati i più infelici della sua vita. La scrittrice Sigrid Undset ebbe a dire "detestavo la scuola con tutto il cuore. Per evitare lo studio avevo elaborato una tecnica che mi consentiva di pensare ad altro durante le lezioni".
Un altro Nobel, Richard Feynman definiva gli anni passati a scuola "un deserto intellettuale".
L'attore e regista Branagh era così angosciasto dalla scuola che a 11 anni cercò di rompersi una gamba gettandosi dalle scale, per poter restare a casa, in camera sua a leggere. Il regista Fassbinder "non riusciva a socializzare e fu mandato in una scuola steineriana".
J. Pollock "se ne infischiava dei voti" e alle superiori fu espulso.
La storia più triste è quella del poeta Browning che a 8 anni fu mandato in collegio, dove si depresse tanto da scegliersi la sepoltura in una cisterna della scuola.
Bowles, lo scrittore esistenzialista, non andava d'accordo con Miss Crane della quele detestava lo stile autoritario e si rifiutò sempre di cantare nel coro.
E' il bambino che fallisce o la scuola? In entrambi i casi lo scarto tra l'innata abilità intuitiva del bambino e l'istruzione scolastica diventa sempre maggiore. Come disse Saroyan: "Io detestavo la scuola, non l'imparare". E negli anni in cui aveva problemi scolastici leggeva tutti i libri della biblioteca di Fresno.
Grieg disse: "La scuola non mi ha tirato fuori altro che le cose brutte."; Edison: "sono sempre stato l'ultimo della classe". Per la scrittrice Ellen Glasgow "la scuola era intollerabile".
Paul Cezanne non fu ammesso alla Ecole des Beaux Arts di Parigi; i temi di Proust erano giudicati privi di coerenza dal suo professore di francese e Zola prese uno zero in letteratura. Einsten scrisse che preferiva sopportare qualunque castigo piuttosto che studiare baggianate: e le insegnanti lo prendevano in giro chiamandolo Biedermeier, cioè ottuso. La sorella scrive che "non era bravo neppure in aritmetica, anche se dimostrava buona volontà"
Il generale Patton era dislessico e Churchill, dopo il rifiuto di studiare matematica latino e greco, fu assegnato ad una classe di ricupero.
Gli esami, poi, sono una tortura: il batteriologo Ehrlich era esentato dai temi per "totale inettitudine", Puccini era continuamente bocciato, Cechov fu bocciato due volte agli esami di licenza. Picasso non aveva mai imparato la sequenza delle lettere dell'alfabeto e smise di andare a scuola a dieci anni.