mercoledì 27 febbraio 2013

Il più grande disordine che sia mai accaduto nel mondo.




Noi crediamo fino ad un certo punto. Camminiamo sulle acque per raggiungere Cristo, ma poi l'egoismo e la paura di non farcela rischiano di farci affogare. Gesù sa queste cose e ci porge la sua mano per salvarci. La preghiera è il nostro modo di chiedere.
Gesù conosce la debolezza dell'uomo perché lui ha vissuto da uomo, ma supportato da una fede divina. Eppure nel momento decisivo, quando doveva salire sulla Croce, ha tentennato. Sudava sangue e il Padre gli ha mandato un angelo per confortarlo. E' accaduto nell'Orto degli ulivi.














domenica 24 febbraio 2013

Ma è vero che la libertà significa poter scegliere?






La libertà di scelta non è la libertà: è una libertà imperfetta. La libertà sarà compiuta, piena, quando sarà di fronte al suo oggetto che la soddisfa totalmente: allora sarà totalmente libera, totalmente libertà.



mercoledì 20 febbraio 2013

C'è una grande luna stasera

La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. Chez moi il n'y a plus que moi Et pourtant ça ne me fait pas peur. La radio, la télé sont là Pour me donner le temps et l'heure. J'ai ma chaise au Café du Nord, J'ai mes compagnons de flipper Et quand il fait trop froid dehors, Je vais chez les petites soeurs des coeurs. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. Peut-être encore pour quelques loups, Quelques malheureux sangliers, Quelques baladins, quelques fous, Quelques poètes démodés. Y a toujours quelqu'un pour quelqu'un, Y a toujours une société. Non, ce n'est pas fait pour les chiens, Le Club Méditerranée. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. Tu te trompes, petite fille, Si tu me crois désespéré. Ma nature a horreur du vide: L'univers t'a remplacée. Si je veux, je peux m'en aller À Hawaii, à Woodstock ou ailleurs Et y retrouver des milliers Qui chantent pour avoir moins peur. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas. La solitude, ça n'existe pas.





lunedì 18 febbraio 2013

Le donne sono completamente fuori tempo






 
 

 
Il maschio vi costringe ad essere belle per forza. E voi siliconate i seni, gonfiate l labbra, massaggi rassodanti al fondo schiena.
Un nano qualsiasi si costruisce l'harem delle Olgettine, Il colored Balotelli se ne scopa una al giorno, ingravida la compagna e pretende il DNA per riconoscere il figlio. Il rumeno vi stupra, il Capo ufficio gradisce sesso orale.
Pistorius ne ammazza qualcuna, i musulmani vi paludano con i veli.
Nel blog vi dedicate alle ricette di cucina, ai piccoli ricami, oppure reclamizzate i prodotti di bellezza.













domenica 17 febbraio 2013

Marinai inglesi si aspetta che facciate il vostro dovere

Ma invece di startene in mezzo ai selvaggi terrificanti della politica italiana, perché non te ne vieni qui? Ho steso su un tappeto una mappa di almeno due metri quadri (la cui ricerca ha fatto disperare il mio fornitore di carte, il quale si lamenta sempre, ma si diverte come un pazzo a cercarle ed a trovarle), ho sistemato le bandierine rosse per la flotta di Nelson, gialle per quella di Villeneuve
Ah, indossa i pantaloni perché, dovessi indossare la gonna, potresti procurare un rinvio della resa dei conti.
Il vento spira da nord ovest, la flotta di Nelson è sopravvento rispetto a quella di Villeneuve, che cerca riparo in porto essendo stata intercettata.
Ma Nelson vuole che tutte le sue navi godano del favore del vento e, perciò, le fa schierare in linea, una dietro l’altra. Villeneuve, invece, le dispone come da manuale: affiancate; a poppavia ha la terra, che gli preclude la fuga, di fronte la spada che punta al suo cuore. Il vento costringe il naviglio di Villeneuve alla bolina ed a stringere le distanze fra nave e nave, perciò ogni nave è sbandata. La linea delle navi di Nelson, invece, manovra come un corpo di ballo. Ha il vento al giardinetto che le tiene composte, in perfetto assetto.
La poppa di ogni nave di Nelson non deve mai attraversare il vento per cambiare di bordo; quindi, ogni nave inglese non presenterà mai la poppa a quelle di Villeneuve che, per converso, per cambiare di bordo, almeno una volta su due, sono costrette ad abbattere, rischiando la straorzata ed offrendo, al fuoco nemico, la poppa, la parte più vulnerabile della nave.
Insomma, il fuoco dei cannoni inglesi sarà molto più rapido di quello dei francesi ed anche più preciso, avendo le navi un assetto equilibrato. Da come sono sistemate le navi, non c’è più partita. Ma Villeneuve non può più scappare.
La Victory è la capofila della linea inglese, Horatio Nelson ordina al secondo ufficiale di chiamare le segnalazioni; si alzano le bandierine che disegnano il messaggio:
“Marinai; l’Inghilterra si aspetta che facciate il vostro dovere”.
Sta per iniziare la battaglia di Capo Trafalgar.
Dopo questa battaglia, accadrà una cosa assai curiosa e che non riguarda gli assetti geopolitici: per tradizione e per rispetto, i marinai inglesi, quando si rivolgono ad un Ufficiale di qualsiasi Marina, lo appellano con il titolo di “sir”. Dopo quella battaglia, il “sir” non si usa più per gli Ufficiali della Marina francese.
Il fischietto del nostromo sibila come se urlasse:
“A collo trinchetto e mezzana”.
E risponde l’urlo:
“Aye aye Sir!”
E’ cominciata la battaglia di Capo Trafalgar.



giovedì 14 febbraio 2013

Questa è storia di pontefici

Da Papa Clemente I a Ratzinger, tutti i pontefici 'dimissionari"
Nella storia plurimillenaria della Chiesa sono rarissimi i casi di ''dimissioni'' del Papa, se non quello arcinoto di Celestino V, ''colui che fece il gran rifiuto'', come lo indica Dante, che nella Divina Commedia lo colloca nell'Antinferno tra gli Ignavi. Di origini molto umili (i genitori erano contadini e lui era il penultimo di dodici figli) Celestino V fu eletto al soglio pontificio il 5 luglio 1294 in tempi molto bui per la Chiesa. Rassegnò le dimissioni dopo pochi mesi, il 13 dicembre di quello stesso anno, non reputando più opportuno prestarsi alle pressioni di Carlo d'Angiò e dei faccendieri intenti ad approfittare della sua buona fede. Catturato a Vieste nel giugno 1295 mentre tentava di raggiungere l'eremo di Sant’Onofrio, fu consegnato al nuovo Papa Bonifacio VIII e imprigionato nel castello di Fumone (Frosinone) dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1296. Aveva 87 anni.
Sui motivi dell'elezione, della sua rinuncia e della sua detenzione gli storici hanno discusso a lungo, additando per lo più Celestino come un santo e Bonifacio VIII in chiave tutta negativa. Teorie che però sono state in parte riviste. In particolare, in occasione della terza visita di Benedetto XVI in Abruzzo nel luglio 2010, con sosta proprio presso la tomba di Celestino per consegnargli il ''pallio'', sull'Osservatore Romano Paolo Vian scrisse: ''non è né l'ingenuo vegliardo catapultato in scenari troppo grandi per lui né l'intrepido riformatore impedito dall'apparato mondano di una Curia tutta terrena… Celestino e Bonifacio VIII non sono in realtà araldi di Chiese diverse''. E' quanto sostenne anche Paolo VI, primo papa moderno a rendere omaggio nel 1966 a Celestino V visitando il Castello di Fumone in Ciociaria e ''riabilitando'' Bonifacio VIII.
Più tardo e meno noto rispetto alla vicenda di Celestino V è il caso di Gregorio XII, che fu papa dal Papa dal 19 dicembre 1406 al 4 luglio 1415. Veneziano, della famiglia dei Correr, una volta eletto si impegnò a porre fine al grande scisma fra i pontefici di Roma e quelli di Avignone. Ma ogni tentativo risultò vano. Solo il concilio di Costanza (1414-1417) vi riuscì. Gregorio XII rinunciò al pontificato e si ritirò a Recanati dove morì due anni più tardi. Il suo successore, Papa Martino V, lo nominò Pontefice Emerito di Roma.
Decisamente più lontane nel tempo le vicende Papa Clemente I (in carica dal 88 al 97 d.C.), quarto pontefice romano, rinunciò alla carica a favore di Evaristo, poiché arrestato ed esiliato non voleva che i fedeli rimanessero senza una guida spirituale.
Nella prima metà del III secolo, Papa Ponziano lo imitò poco prima di essere esiliato in Sardegna e al suo posto venne eletto Antero. Silverio, 58esimo vescovo di Roma, fu deposto da Belisario e in punto di morte (era l'11 marzo del 537) rinunciò in favore di Vigilio, fino ad allora considerato un usurpatore. Ci sono poi altri casi più problematici, come quelli di Martino (VII secolo) e di Benedetto IX (siamo nella prima metà dell'anno Mille) che venne deposto in favore di Silvestro III, poi riassunse la carica ma per rivenderla a Gregorio VI, il quale, a sua volta, accusato di simonia, rinunciò.
Infine quelle annunciate ieri da Benedetto XVI. Un evento che non avveniva da 607 anni.





mercoledì 13 febbraio 2013

Perché non parlare del meden agan



Non ha alcun senso parlare di democrazia prescindendo da un altro concetto che fa coppia: la tragedia.
Non rimane altro che la retorica della democrazia, se essa idea è disgiunta da un senso della vita, che è il senso del tragico.
Atene può inventare la democrazia perché ad Atene c’è la tragedia, intesa, è vero, come rappresentazione teatrale, ma soprattutto come senso del tragico che era patrimonio culturale di ogni ateniese.
Cosa è il senso del tragico, il senso della tragedia greca se non il meden agan, se non il niente che sia di troppo. Niente che superi il limite? E qual è questo limite che l’Uomo ha? Dove inizia il limite oltre il quale il comportamento umano diventa hybris? Nessuno lo conosce a priori: si viene a conoscenza di averlo oltrepassato quando sopraggiungerà la punizione divina (del dio greco, sia chiaro), inevitabile e necessaria, per ristabilire l’equilibrio rotto.
E’ proprio la difficoltà di rintracciare questo confine, il senso tragico dell’Uomo, il senso tragico dell’esistenza.
Ma è anche vero che la percezione del senso tragico induce ad un “agire” che non sia un “fare”.
  Non c’è democrazia né ci potrà essere, se non in una forma comicamente retorica o di vuota forma, in una società che ha fatto imperativo esistenziale il superamento di ogni limite.
Possiamo ritenerci padroni del nostro destino, ma non senza rilevare che questa pretesa possiamo esercitarla entro un limite preciso, il meden agan. Ecco l’equilibrio esistenziale e tragico: la consapevolezza del limite ed il desiderio di essere protagonisti: questo equilibrio era la democrazia ateniese, era ed è la democrazia.
Ecco perché la partita non è politica, bensì culturale.



 

lunedì 11 febbraio 2013

Non si può far finta che nulla sia accaduto

Teologicamente quello che ha fatto il Papa è "Scendere dalla croce".
Finché è capace di intendere e volere, anche se accusa stanchezza, credendo in Dio, non può perdere la Speranza dell'aiuto dello Spirito Santo.
E' un cattivo esempio di religiosità.
Il Papa è un teologo. Non può non sapere queste cose. Per questo penso che la sua non sia una libera scelta.
A noi resta la Speranza che il Papa si ravveda e risalga piangendo sulla Croce.
Anche Gesù nell'Orto degli Ulivi ha tentennato.
Preghiamo tutti per il Papa e la nostra sia una grande voce capace di salire in Alto.
Molto in Alto fino ad arrivare a Cristo, alla Misericordia di Cristo,
chiedendo di non farci bere la tentazione che riempirebbe
di amaro il calice della nostra vita.



domenica 10 febbraio 2013

L'eterno presente, dicono

 
 



Una consolazione esiste, per Dio siamo tutte sue creature, per fortuna Lui non ci divide in categorie.















sabato 9 febbraio 2013

A me piace W. Somerset Maugham





A me piace W. Somerset Maugham.
Ero piccolo, ma non tantissimo.
Adolescente, direi.
In casa circolavano libri a bizzeffe. Gialli, soprattutto. Tutti i gialli Mondadori, quella favolosa collana che ogni settimana regalava storie e detective e indagini e gratificazioni memorabili quando si scopriva a poche pagine della fine e prima che l'autore lo svelasse chi fosse l'assassino.
Tanti libri sparsi, di diverso genere.
La collana Medusa della Mondadori, con quella copertina verde rigida e i caratteri piccoli; e poi i tascabili di allora, i primi Oscar Mondadori.
Leggi e rileggi, finisce che ti capitano tra le mani titoli come "Il velo dipinto", "La luna e sei soldi" "Il filo del rasoio" e altri.
Cominciai ad apprezzare Maugham per la sua capacità fine di portarmi altrove, di farmi vivere una storia, di rendermi familiari personaggi che vivevano altre vite, altri mondi, altre emozioni.
Maugham che rendeva così bene gli stati d'animo, i tic individuali, le appartenenze sociali, i pruriti culturali.
Raccontava di atmosfere aristocratiche, di donne diverse e uomini particolari, di luoghi misteriosi e di avventure non comuni.
I suoi innumerevoli personaggi, scandagliati nell'animo come mai Freud poté fare, mi fanno compagnia , m'intrigano e mi divertono.
Molto bello, soprattutto, "Il filo del rasoio", romanzo che mi aprì un mondo, quello della legittimazione dell'alternativa. Il libro che leggevo da piccolo è andato perduto, ma ho comprato la nuova edizione dell'Adelphi. Mai ho cominciato un romanzo con tanta titubanza. Lo chiamo romanzo solo perché non saprei come chiamarlo altrimenti. La storia che ho da raccontare non è gran cosa, e non termina con una morte né con un matrimonio.
Una storia aperta, non conclusa , affine al protagonista.
Maugham non rientra mai nelle classifiche dei più venduti, non è diventato bandiera di una età, non è mai nelle antologie della letteratura, non è mai stato abbastanza valorizzato per quello che è davvero: un grandissimo scrittore, un classico, un abilissimo psicologo.














venerdì 8 febbraio 2013

Post di prova


Ti ringrazio per l'invito, Gus. Mediterò qualcosa da scrivere e

 lo posterò qui da te.




 

L'infanzia manipolata dagli adulti



Io leggo di tutto, anche Camilleri.
Conosco bene il siciliano. Mio padre il siciliano duro e sanguigno è nato a Petralia Soprana, in provincia di Palermo. Nel paesino delle Madonie hanno girato il bellissimo film "Cento passi",

ma questo giapponese va oltre la nostra fantasia.
E' fantastico.













mercoledì 6 febbraio 2013

Guardare dove tutti gli altri non guardano



Marco Polo ha scritto che le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altra bastano a tener su le loro mura.

D'una città non godi le sette o sessantasette meraviglie, ma le risposta che dà a una tua domanda.

Analogamente al testo di Italo Calvino che oscilla fra il racconto filosofico e quello fantastico-allegorico ed in cui Marco Polo descrive le città sempre guardandole dove tutti gli altri non guardano, verso i dettagli che ad altri paiono invisibili.

Non si trovano città riconoscibili ma l'immagine di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici.

Nel romanzo "Furia" Salman Rushdie definisce New York una città di mezze verità ed echi che in qualche modo domina la terra. Si può odiare questo dominio oppure si può cerebrarlo, o ancora rassegnarvisi, ma resta un fatto: New York è il plesso culturale della realtà americana, in tutto il suo eclettismo, la sua emotività, la decadenza, l'intelligenza e il potere.

Le mezze verità non sono sufficienti perché l'uomo occidentale, malgrado il suo sapere corre il rischio di arrendersi davanti alla questione della verità.

New York è la città ideale per chiedere:" Voi cosa state cercando?" e chiedersi: "Io cosa sto cercando?".

La curiosità di una domanda allarga la ragione perché dilata l'orizzonte del conoscibile.

Il cuore intuisce già che l'orizzonte è più ampio di quanto il mondo oggi affermi.

La nostra capacità di indagare le cose con la ragione è ispirata dal presentimento del cuore che esiste qualcosa di più grande. Si chiama esigenza di infinito o brama di verità










martedì 5 febbraio 2013

Senza valori trasmessi la società non può che degradare





Non è giusto che i genitori temano quasi più facilmente oltre i 14-15 anni, ma ormai sempre di più anche prima, di proporre con decisione ai figli le idee fondamentali.
Tanto meno è giusto che si astengano dal darle per malinteso concetto di libertà, che contrasta profondamente con l'esigenza di una precisa ipotesi nella vita dei figli.
Il qualunquismo in famiglia è spessissimo nell'anima di un giovane radice di uno scetticismo ancora più tenace a strapparsi che l'influenza della deleteria della nostra scuola.
A nulla varrebbe aver dato la vita senza aiutare instancabilmente i figli a riconoscere il senso totale di essa




sabato 2 febbraio 2013

Per un attimo immenso ho ritrovato il mio nome





Sere fa ho rivisto la coppia di suonatori ambulanti ai quali, tempo fa, regalai un libro invece che qualche euro. Venivano dall’Ucraina; lei, un violino, lui, una fisarmonica. Posai nella custodia della fisarmonica, aperta per accogliere le offerte dei passanti, un romanzo che narra gli accadimenti occorsi durante lo studio e le prove della Grossa Fuga di Beethoven. Il titolo è: “Per un attimo immenso ho ritrovato il mio nome.” E’ un romanzo duro nel quale si muovono i personaggi del quartetto di archi: due di loro, ossessionati dalla ricerca di qualcosa che restituisse un senso alla memoria del loro passato, di qualcosa che ricomponesse i loro ricordi in un quadro mnemonico di senso compiuto. Mi piacque credere che quella coppia di ucraini, sballottolati a migliaia di chilometri dalla loro casa, potessero ritrovare il loro nome nella musica, invece di sentirsi fantasmi vaganti per le strade d’Italia. Non sapevo se avessero una conoscenza della lingua italiana che permettesse loro la lettura del libro, ma non m’importò: certamente avrebbero compreso che si trattava della Grossa fuga di Beethoven. Di una musica… ma sì, forse fate prima a sentirla.
Ieri sera li ho rivisti ed ascoltati. Lui sempre uguale, con la sua giacca di pelle ed i jeans, suona ancora meglio di quanto facesse. Lei è diventata bella, curata, indossava una gonna alla moda, calzava stivali, si è fatta crescere i capelli e li ha tinti di scuro; ma non suona bene come qualche tempo fa. Succede. Succede quando…
Quest’anno, dopo tanti anni, quest’anno la notte di Natale l’ho trascorsa a casa. Ho giocato con i cani. Poi mi sono infilato in una vasca di acqua bollente e mi sono tirato su l’acqua calda come fosse una coperta.
Loro erano pronti a staccare il tempo, laggiù. Li vedevo come si vede un film proiettato dagli occhi per gli occhi, sulla parete.
Li ho sentiti alle prove.
Sprofondato su uno sgabello, nella penombra, quando sentii una testa poggiarsi sulla spalla. Mi voltai, conoscendo bene a chi appartenesse quella voce: a due occhi grandi grandi e disordinati.
- Allora sei tornato per suonare con noi? chiese con quel suo modo sparpagliato di pronunziare le parole.
- No, sono tornato per sentirvi. Dai, adesso va’ a prepararti ché fra poco cominciate…
- Però io dispiaccio…
- Si dice “mi dispiace”. Ma adesso va’ a preparati, se no dispiaccio pure io…
Quella ragazza ucraina non suona più bene.
Perché? Perché adesso recita la musica ad un pubblico, anziché suonarla? Sente il pubblico e non sente più la musica? Succede. E quando succede è la salvezza. E che si strafotta la musica! Perché quando sei bambino, nemmeno capisci cosa significhino le parola “un certo talento”: credi sia un gioco e giochi. E aste e crome e aste e solfeggio e poi, all’improvviso, da quell’ammasso di ferraglia e legno, esce un suono, poi una melodia; credi si tratti di un gioco, sei piccolo, che ne sai che non sarà così? Nessuno ti spiega che non è così e aste e crome e crome ed aste e crome ed aste e ancora crome ed aste. E quello che si dice essere un “dono” è piuttosto una disgrazia, una fottuta disgrazia. Ma sei piccolo e non lo sai, e nessuno te lo dice, e tu continui a credere sia un gioco.
Quella ragazza ucraina non suona più bene. Succede.
Un giorno le mani non vanno più come dovrebbero andare, non seguono le inclinazioni della testa. Manca loro la forza, l’energia. A volte non riesci nemmeno a svitare il tappo della bottiglia di acqua e resti a guardarla rabbiosamente che la scaraventeresti contro un muro.
Se non fosse per quella fottutissima tastiera, non ti sentiresti mutilato e non malediresti il giorno che ci hai poggiato le mani per la prima volta. Ma eri soltanto un bambino, cosa ne sapevi?
Tu, perché non me lo hai detto, perché?
Quella ragazza ucraina non suona più bene. Succede.
Adesso i ragazzi staranno attaccando con i loro tamburi. L’acqua comincia a raffreddarsi.
… tum tum tum tum.
Tum tum tum tum... forse non è stato tutto sprecato. Forse, non è stato tutto inutile, forse…tum tum tum... tum... Forse non è stato tutto sbagliato.

 
MARL